Terra di nessuno; 4 – Jack Bridge

Quello che fece lo sceriffo dopo aver incontrato Lucinda fu ricongiungersi con l’avvocato e lasciarsi trasportare, inconsapevolmente, dal destino e dal suo disegno.

Entrarono nel saloon, per rinfrescarsi dal caldo del sole e dall’aridità di tutta quella polvere: Jack Bridge era ancora seduto al bancone, con vicino a lui il bicchiere svuotato da dottore neanche dieci minuti prima. John Wood andò a sedersi vicino a Jack, non certo perché sapeva di poter trovare in lui qualche informazione, piuttosto per bersi un bicchiere in compagnia di un burbero come lui, che fra burberi non si crede di esserlo e si pensa di fare i belli.

Mentre bevevano e l’avvocato prendeva appunti, lo sceriffo iniziò una conversazione già senza speranza, perché sapeva che Jack Bridge non conosceva neppure un fatto. Ovviamente si sbagliava, ma chi poteva informarlo?

-Cosa ne pensi dell’affare di Pat?

-Non ne penso niente.

-Non hai avuto per caso qualche voce?- chiese con finta speranza.

-No.

Ora, se Jack avesse detto ciò che gli aveva riferito il dottore, probabilmente lo sceriffo avrebbe capito più cose, o meglio, capito che c’erano più cose, come lui sosteneva, ma Jack, essendo stato zitto, precludeva qualunque svolta, così lo sceriffo disse:

-Lo sapevo, grazie lo stesso.

Finì il suo bicchiere e se ne andò. L’avvocato lo seguì.

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Terra di nessuno; 4 – Jack Bridge

Terra di nessuno; 3 – Hyppo Quinine

Appena Pat Trigger passò all’altro mondo, e appena John Wood lo venne a sapere, andò prima a chiamare l’avvocato, un tale Prince O’Fhole, un irlandese di Boston che faceva praticantato laggiù, dove finiva l’America, e poi, con lui, andò a trovare il dottore, perché il ragazzo aveva bisogno di fare esperienza e quella era un’occasione.

Il dottor Hyppo Quinine disse allo sceriffo.

-Stecchito. Aveva una pallottola in pancia, una sola, che è bastata per mandarlo all’altro mondo. Non so cosa dirle più di questo. In quanto medico mi sono sentito responsabile di consolare gli affetti, e così ho passato un paio d’ore da Lucinda, l’amante di Pat, per asciugarle le lacrime. Non ho nient’altro da potervi dire, se non che è morto davvero, quel poveretto. Era davvero immenso.

-Lo so, lo so…- fece lo sceriffo. Poi contrasse il viso in una smorfia, sputò per terra, aggiustò il suo cappello cattivo e se ne andò borbottando: odiava il dottore con tutto sé stesso, speroni compresi, e sapeva perfettamente che non era andato dalla Sciantosa per asciugarle le lacrime, ma per bagnarsi e basta: dopotutto era una puttana, pensò John Wood, e anche se era triste non poteva certo tirarsi indietro da un cliente che chiedeva di lei. Quel dottore era davvero un bastardo farfallone, e lo sceriffo non voleva altro che dire alla sua povera moglie -che ogni sera lo aspettava a casa chiedendogli come era andata la giornata- la verità, nient’altro che la verità, e cioè che Hyppo Quinine era una feccia, una merda, praticamente inutile e dannoso per il ruolo fondamentale che ricopriva.

-Cosa ne pensa, sceriffo?- chiese l’avvocato.

-Che quel dottore mi sta antipatico.

-Lei dovrebbe essere imparziale.

-E lei dovrebbe solo stare zitto e prendere appunti.

Prince O’Fhole ammutolì e non disse più niente.

 

Il dottore, dal canto suo, raggiunse il saloon. Era una persona molto ansiosa, che come dottore non aveva nulla da imparare, ma che come uomo, nel senso metafisico del termine, non aveva niente da insegnare: era proprio un bastardo -lo sceriffo aveva ragione- e così, per smorzare la tensione accumulata dall’interrogatorio più informale e menzognero che avesse mai fatto, andò a bersi un bicchiere. Chiaramente whisky.

Si sedette al bancone, proprio vicino a Jack Bridge.

Jack Bridge era il più grande giocatore d’azzardo della contea, uno che si infilava un mazzo nelle maniche della camicia e riusciva a tirar fuori tutte le carte giuste al momento giusto, senza farsi mai vedere: un baro, naturalmente, ma lo erano un po’ tutti laggiù. Sta di fatto che il dottore, vuoi per la tensione, vuoi perché oltre ad essere ipocrita e bastardo era anche logorroico, si mise a raccontare tutta la vicenda.

-Vedi, quella pallottola ha ucciso Pat, sì, ma ce ne erano altre cinque a salve, nella pistola di quel tale, e io non capisco perché. E poi Lucinda. Sì, è vero, stava piangendo, ma erano lacrime finte, non era seria, non piangeva di dolore. Le ho anche chiesto se… e insomma, sì, mi ha succhiato l’uccello, con tutto quello che ha passato doveva rifiutarsi, per lo meno farlo piangendo. Invece niente, insomma, certe cose gli sceriffi non le notano, ma io che sono un dottore sì, e lei non piangeva. Non gliene frega un cazzo se Pat è morto.

-E a me non me ne frega un cazzo di tutta ‘sta storia. Levati, grassone.

Il dottore guardò Jack, finì di bere e se ne andò. Si ricordò, quando era già fuori e già più rilassato, che Jack Bridge era la persona più indifferente e solitaria del mondo.

Terra di nessuno; 3 – Hyppo Quinine

Terra di nessuno; 2 – Lucinda Ley

John Wood era lo sceriffo. Lui era la legge, e quello che diceva andava fatto. John Wood era quanto di più simile ad una carogna camminasse su due gambe e parlasse: un bastardo vero e proprio, con una paglia costantemente in bocca e il cappello a fargli ombra sugli occhi, per sembrare più cattivo.

Quando venne a sapere che Pat Trigger era stato ucciso a duello non ci credette, così fece una cosa: andò dal dottore, un tale Hyppo Quinine, grasso e baffuto di grigio, che aveva accertato la morte.

-Stecchito- disse allo sceriffo, che andò così a farsi un bicchiere all’anima del povero Pat.

Riposa in pace.

Dopodiché, anche se non ne aveva voglia, iniziò a fare ciò che la stellina appuntata sul gilet gli imponeva: interrogare, indagare, capire perché Pat Trigger, che non doveva morire, era morto. Più che una questione legale, che il duello era un duello, e Carl Schlomo non poteva essere processato per omicidio, non in quella città, non con quello sceriffo, era tutta una questione meramente di principio: John Wood voleva -e doveva- capire cosa diavolo era successo alla colt di Pat.

 

La prima persona che decise di incontrare fu Lucinda Ley, detta la Sciantosa, perché era bella e distrutta, una delle puttane del bordello: puttana perché senza più nessun’altra speranza di vivere, e amante di Pat, lo sapevano tutti. Lui era geloso, lei bellissima, lui la proteggeva e lei se lo portava a letto fuori dall’orario di lavoro, ed era l’unico con cui facesse amore vero, e non sesso e basta. Stava di fatto che se c’era qualcosa che non andava in Pat -una delusione, una piccola screzia- Lucinda Ley l’avrebbe saputo. Così fu ovvio per lo sceriffo andare subito da lei per restringere il cerchio delle indagini.

John Wood entrò nel bordello e una folata di profumo scadente e nauseabondo lo travolse: le luci rosse dei lampadari vorticavano nei suoi occhi come tempeste di sabbia, e le donne, nude o coperte da semplici drappi colorati, lo accerchiarono sorridendo e squittendo.

La proprietaria, una vecchia che da giovane lavorava lì e che aveva ereditato dalla precedente padrona (una vecchia che da giovane lavorava lì), gli venne incontro e gli disse:

-Cosa porta lo sceriffo, la legge, in un postribolo come questo?

-Una disgrazia. Avrai saputo senz’altro di Pat Trigger, vero?

-Certamente,- rispose melliflua la donna –Lucinda non è scesa neppure per il pranzo oggi.

Lo sceriffo annuì sorridendo e raggiunse il piano superiore -la camera di Lucinda- appena in cima alle scale. La cosa che notò mentre andava verso la stanza fu che dalle porte aperte delle altre camera intravedeva solo divani, e non letti, e questo lo meravigliò alquanto. Una volta entrato nella stanza di Lucinda, dopo aver bussato e aver sentito lei che lo chiamava dentro, osservò che anche lì c’era un divano e non un letto: era la prima volta che metteva un piede in quel posto, e la cosa lo stupì, perché da giovane, nei bordelli delle altre città di frontiera, aveva trovato solo letti.

-Come mai in questo bordello ci sono solo divani?

-In Francia i letti sono più grandi perché i francesi sono più romantici: oltre che per dormire li usano per farci l’amore. A noi, per quello, basta un divano.

-Ah- disse lo sceriffo. Poi si tolse il cappello, e visto che il ghiaccio era rotto guardò gli occhi lucidi di Lucinda: stava piangendo, era piuttosto naturale.

-Saprai perché sono qui, immagino.

-Pat è morto in un duello da gentiluomini, la legge non può fare niente per ridarmelo indietro, né tantomeno per vendicarmi.

-Lo so, ma Pat era un mio caro amico: sto indagando non come uomo di legge, né tantomeno come uomo di Dio: sto indagando come John Wood, perché voglio capire dove Pat ha sbagliato, cosa ha fatto: lui non perde mai.

-La verità è che a tutti capita di sbagliare, e stavolta è toccato a lui, anche se non gli era mai successo.

-No, Pat Trigger non sbaglia mai. Due anni fa arrestò una banda di trenta banditi mentre assalivano un treno. I banditi esplosero trecento bossoli, e nessuno ferì minimamente Pat, che anzi ne sparò ventisei e tutti e ventisei andarono a segno, nel ginocchio destro di ogni bandito. Pat Trigger non sbaglia, e io sono qui per capire cosa è successo.

Ci fu una pausa. E poi:

-Tu sai qualcosa, Lucinda?

-So perché si sono sfidati. Carl, quel giovane nevrotico e ansioso, venne da me qualche sera fa. Pagò per un servizio normale, cioè lui me lo infila dentro, poi viene, godiamo e se ne va. Il problema è che alla fine della cosa mi chiese un pompino, e io gli che l’avrei fatto se mi pagava, ma lui lo voleva gratis e insomma mi violentò, e tanto, senza pietà. Lo dissi a Pat e Pat andò da questo qui, per dargli una lezione. Carl lo sfidò, e il resto lo sai.

Descrizione pragmatica di una donna alla mano. Lo sceriffo rimase per un po’ in silenzio, perplesso. Poi disse:

-La storia può anche avere senso, ma resta il fatto che Pat ha perso contro un tizio che doveva morire subito sotto lo sguardo di Trigger. C’è dell’altro, sono sicuro, ma per ora basta così, mi hai già aiutato. Grazie.

John Wood si rimise il cappello e se ne andò, ancora avvolto dal profumo nauseabondo e poi dal sole e dalla polvere della frontiera.

Terra di nessuno; 2 – Lucinda Ley

Terra di nessuno; 1 – Pat Trigger

Ho sempre desiderato scrivere un racconto western da quando lessi City di Baricco, da quando vidi i film di Sergio Leone e da quando ascoltai I cowboys di De Gregori; e non so perché (ma forse proprio per City) volevo che fosse un giallo. Quando inizia a scrivere, poi, mi ricordai di un supplemento a Topolino di qualche anno fa in cui si parlava di film western e in cui si diceva che per fare un buon western bastavano i soliti tre o quattro personaggi: lo sceriffo, il giocatore d’azzardo, la prostituta, il pistolero…

Alla fine tutta l’attesa, la voglia e il piacere di scrivere questo racconto hanno surclassato di molto il racconto stesso, che non è stato all’altezza delle aspettative -ho provato anche a migliorarlo, davvero, ma lui o io non volevamo-, e quindi in questa storia ci saranno uno sceriffo, un giocatore d’azzardo, una prostituta, un pistolero e anche un banchiere, come in Rango, perché questo racconto è pieno di cose di altri e senza cose mie.

 

 

“I cowboys vanno a cavallo per i canyons della vita/ la loro gloria è una cintura d’oro e una fibbia arrugginita/ Il deserto è la loro stella, la loro stella non ha famiglia/ e il futuro per loro non ha mattino, il loro vino non ha bottiglia/ Il deserto è la loro stella, la loro stella fa che non tramonti/ e il futuro per loro è una cosa bella, che quando arriva ci si fanno i conti/ I cowboys sono animali veloci, quando ritornano già vanno via/ le loro strade non hanno incroci, la loro vita è una ferrovia/ Che quando riparte il treno, tutti armati fino ai denti/ ti salutano coi fucili, a cavalcioni dei respingenti/ I cowboys vanno a cavallo, nell’Arizona dei nostri cuori/ non hanno figli e non hanno padri, non hanno armi e non hanno amori/ All’avventura vanno da soli, così si perdono raramente/ sono cuori nella deriva, sono anime nella corrente/ E quando ritorna il treno che è sera, e il futuro si fa presente/ prima dei cowboys chissà se c’era, ma dopo i cowboys non c’è più niente”

“I cowboys”, Francesco De Gregori

 

Non c’è da scherzare: un duello è una cosa seria. Non è un ballo, o una sera all’opera, dove tutti cantano e muoiono cantando: nei duelli si muore urlando, urlando forte, perché le pistole fanno male, quando sparano, e il sole e la polvere della frontiera oscurano gli occhi. Si muore rapidamente che neppure ce ne si accorge: un attimo prima si era tutti al bordello, con due puttane alte così, belle e formose, in giarrettiera, e un attimo dopo si è per terra che deve arrivare Cassetta, il becchino -lo chiamavano così perché faceva le casse da morte, il poveretto- e, insomma, si è già belli che sepolti, quando arriva Cassetta. Non c’è grazia, nelle cittadine di frontiera: è terra di pionieri, quella, di indiani, banditi e pistoleri, terra di sceriffi e donne di malaffare, giocatori d’azzardo e gente che ha studiato e vuole guadagnare facile o ha perso ogni cosa dalla vita: terra di nessuno.

Non c’è da scherzare: un duello è una cosa seria, e Pat Trigger era il più serio di tutti, in queste cose. I sui occhi erano grandi come l’orizzonte, durante i duelli, e vedevano le anime, impassibili e freddi; i suoi occhi di un giallo scuro, come la polvere della prateria, i suoi occhi cattivi come bossoli esplosi. Pat Trigger era il più grande pistolero del West, e stava per duellare contro un giovanotto, un tale Carl Schlomo, che veniva da chissà dove, tutto nevrosi e ansia. Non avrebbe perso Pat, questo si sapeva, questo lo sapevano le teste che curiosavano dalle finestre, lo sapeva la polvere, lo sapeva la strada, lo sapeva Pat: non avrebbe perso semplicemente perché non perdeva mai.

Era un pistolero che aveva imparato fuori dai saloon, quando quelli più grossi e cattivi lo spingevano fuori e lo prendevano in giro: capì che se non poteva vincere sul piano fisico poteva -e doveva- farlo su quello della rapidità: divenne un maestro nel togliere la pistola dalla fondina, caricare e sparare. Dopo qualche mese nessuno lo spinse più fuori da un saloon, ma anzi tutti gli offrivano da bere. Era Pat Trigger, ormai, un lupo solitario che veniva assoldato di città in città dagli sceriffi o dai governatori per arrestare ora questo ed ora quello, sgominare bande di assaltatori di diligenze o treni, ladri di bestiame. Tutti lo temevano, tutti lo rispettavano, e quando Carl Schlomo lo sfidò a duello, nessuno si stupì: capitava sovente che se Pat era in città qualcuno cercava di ucciderlo, così, solo per avere la gloria di essere colui il quale aveva accoppato il più grande, semplicemente il più grande, pistolero del West.

 

I due erano uno di fronte all’altro, pronti. Dieci centimetri di distanza fra i loro nasi, dieci appena. Si misero schiena contro schiena, le mani tese lungo i fianchi. Le teste dei curiosi rientrarono, la gente se ne andò: era un duello privato, quello, come tutti gli altri di Pat: non voleva che le donne e i bambini proseguissero le loro vite con così tante immagini di morte negli occhi, non voleva che gli uomini credessero cosa buona e giusta sfidare qualcuno alla morte. Così: nessuno a guardare, solo il vecchio Opossum Morto, l’indiano, l’amico di Pat, che lo aveva incontrato in uno dei suoi viaggi e l’aveva portato in città, e che ora stava sempre seduto sulla sua veranda, e vedeva e sapeva tutto e non diceva nulla se non glielo si chiedeva. Il vecchio Opossum era l’unico a guardare il duello perché sì, perché era sempre stata questa la solfa, solfa che Pat avrebbe evitato volentieri, ma era un gentiluomo e non si tirava mai indietro: non era un codardo, ed era davvero il più veloce, e il più bravo -un virtuoso- e sapeva che non avrebbe perso mai.

Dieci passi.

Uno.

Due.

Tre.

Quattro.

Cinque.

Sei.

Sette.

Otto.

Nove.

Dieci.

Si girarono.

Fuoco.

Fuoco.

Proiettili nell’aria, sibilando la nenia della morte.

Uno andò a perdersi nell’orizzonte.

L’altro nella pancia.

Di Pat.

Che cadde a terra.

Ferito.

Neppure il tempo che la gente, udendo gli spari, tornasse fuori a vedere Pat vincitore, che Pat Tigger, il più grande pistolero del West, era già morto.

Terra di nessuno; 1 – Pat Trigger

Il principe e il poeta

Non c’è molto da dire su questo racconto, se non che l’ho scritto dopo aver letto un’antologia di poesie di Verlaine pensando a cosa fosse la sua vita vera -quella di tutti i giorni-, e cosa fossero i suoi sentimenti autentici, cioè non quelli mistificati e perfetti nella loro distruzione di una poesia.

 

Io non volevo dedicarlo a nessuno, ma poi, si sa: quando uno ama non può farne a meno

 

 

“I poeti che brutte creature, ogni volta che parlano è una truffa”

Francesco De Gregori, “Le storie di ieri”

 

 

 

Da sempre, i poeti e gli aedi hanno cercato, con matematica precisione, di spiegare cos’è l’amore e per quale motivo lacera i tessuti e distrugge l’anima: molte spesso non ci riescono, perché loro stessi amano male, e questo è assolutamente controproducente per la loro poesia: se mai nasce qualche verso, è senza dubbio rubato ai sogni.

I poeti non sono capaci di amare: lo sanno tutti. E proprio per esorcizzare ciò: scrivono.

In Francia, terra eterna dell’amor cortese e passionale, viveva, un tempo, un tizio. Un poeta. Si chiamava Paul, ed era un principe nella sua specie. Per tutti, il migliore: i versi gli uscivano dalle mani come sangue dalle ferite.

In Francia, terra eterna dell’amor cortese e passionale, viveva, un tempo, un tizio. Un poeta. Si chiamava Arthur, ed era l’amante di Paul: i suoi occhi erano grandi come un lago africano, e vedevano oltre la realtà.

Si conobbero quasi per caso, come tutti gli amanti, e fu il caso forsennato e cieco a dettare i loro tristi e bastardi destini, a porre i pezzi sulla scacchiera -a farli diventare re e regina- prima di gettarli nel fango dell’Africa, e nell’umido selciato di Francia. Paul era famoso, scriveva belle parole che incantavano i ricchi e i poveri: così famoso, e così bello nella sua aura nobiliare, cinto della sua corona d’alloro, che Arthur venne a conoscerlo indirettamente, proprio tramite le sue poesie. Se mai ci si può innamorare senza vedersi, lui lo fece; se mai ci si può innamorare senza conoscere una persona, lui lo fece. E l’amore diventò passione:

Arthur scrisse innumerevoli lettere all’indirizzo di Paul che sistematicamente leggeva e a cui, con chirurgica precisione -inusitata per un poeta bello e dannato come lui- rispondeva: corrispondenza fitte come tanti soldatini lungo il fronte. Alla fine, una volta gettato fuori tutto l’amore per riempire l’altro, l’altro -che poi sarebbe Paul- lo ributtò indietro perché non ne poteva forse più; si innamorarono, proprio come dicono le canzoni, e Arthur di amore in quelle lettere gliene mise davvero parecchio, così tanto che Paul, un po’ preoccupato dalle a volte deliranti frasi di Arthur, gli scrisse: raggiungimi. E Arthur lo raggiunse.

Si presentò a casa di Paul con una sola valigia, così piccola che poteva contenere solo pochi vestiti, ma legata con uno spago così spesso, e così tarmata dalle avversità, che sembrava intenzionata a non voler saperne più di viaggiare, e insomma Arthur era così sorridente che tutti capirono si sarebbe fermato per sempre.

L’unica a non essere del tutto convinta era Mathilde, la moglie di Paul, che Paul amava senza ritegno. Non c’è cosa più bella e nobile di scrivere una poesia d’amore per la donna che si ama, e Paul, che faceva il poeta, ne aveva scritte tante, di poesie d’amore, magari anche dietro ai tovaglioli, al bar, o su un pezzo di carta trovato per strada -cosa stupida e veloce da perderla subito dopo, che mai si sarebbe ritrovata, parole come bolle che scoppiano nell’aria, invisibili e leggere, come un bacino sulla guancia; gesti minuscoli e calcolati sul filo di una perfezione limpida e sottile, fatta di sorrisi e occhiate: ti amo, e fine: cos’è, di più di questo, l’amore?

 

Mathilde sin da subito guardò Arthur in cagnesco, come avrebbe potuto guardare una bellissima donna che sorrideva felina a Paul fuori dalla messa, o al mercato. Quella sera stessa prese suo marito in disparte e gli disse:

-Quindi?

Solo così. Pulito. Quindi?

-Quindi cosa?

-Come la mettiamo con questo giovanotto?

-È un poeta. Vede in me una specie di maestro.

-Ti senti obbligato ad aiutarlo?

-Sì, direi di sì, insomma: è una cosa onorevole, per un poeta, o anche per uno scultore, trovare qualcuno disposto a creare una poesia o una statua seguendo le proprie direttive.

-Ho visto le lettere che vi siete scritti. Soprattutto le ultime, quelle le odio. Ho capito da tempo che c’è qualcosa che non va. Lo ami?

-Cos’è l’amore?
-Non capisco cosa vuoi dire…

-Io non so spiegare cos’è l’amore, nessuno lo sa: tentiamo e falliamo ogni volta. Tocca rassegnarsi alla deriva delle nostre passioni, siamo anime nella corrente della vita. L’amore è trovare sé stessi in un’altra persona e capire i propri difetti in quello specchio di occhi, forse, oppure è tutt’altro.

-Sei proprio un poeta… non si capisce mai quello che vuoi dire.

-Io ti amo, Mathilde, questo lo so. Questo mi importa. E nient’altro. Non so cos’è l’amore perché nessuno me lo ha insegnato, ma da sempre ci convivo: il marinaio non conosce la fisica delle tempeste, ma sa dominarle perché le ha viste per tutta la vita.

Finito di parlare subentrò il silenzio, che è la vera parola dell’amore: chi si ama sa sempre cosa dirsi, ma anche sa sempre quando stare in silenzio e respirarsi, e guardarsi piano, assaporando ogni centimetro di pelle e ogni profumo: i silenzi sono così grandi e remoti che dentro ci stanno tutti gli amanti del mondo, comodi e lontani che nessuno li infastidisce. Nel silenzio, Mathilde e Paul si spogliarono, guardandosi nel buio: si stesero nel letto, caddero come alberi abbattuti o viandanti giunti alla locanda dopo ore di viaggio; le mani erano quelle di un cieco che cercano un appiglio sicuro: strisciavano sulla pelle come per levigarla, fino a che scoprirono che millenni d’arte e scultori per rendere il marmo come un panno non erano serviti a nulla, perché la pelle più morbida e sottile era la loro. Le bocche, socchiuse e ansimanti, erano sintomo di un piacere recondito e passionale; gli occhi, chiusi per scoprire col tatto piaceri proibiti, erano appoggiati al collo: denti, e morsi, qualcosa di bagnato. Paul, con estrema gentilezza e grazia, scoprì per l’ennesima volta tutto il corpo di Mathilde, e Mathilde lasciò entrare Paul là dove entrambi sarebbero stati felici.

Sì.

Per sempre.

E fu amore, e orgasmo da poesia.

Tutto il resto è letteratura.

 

Arthur, intanto, passava le sue giornate nella casa di Paul, leggendo con lui poesie e scrivendo qualcosa: Paul, senza rendersene forse conto, era innamorato di lui come un bambino entusiasta del suo gioco nuovo, ma non poteva accorgersene perché era perso per Mathilde. Questo è il problema dell’amore: non si capisce mai niente.

Trascorrevano le giornate sotto i mandorli del giardino, sorridendo di ogni piccola cosa. A vederli da lontano non si poteva che dire: loro due si amano; ed erano bellissimi, coi loro occhi sereni: nulla poteva andare storto, la vita era tutta una canzone allegra suonata nelle sere d’estate. A vederli da lontano erano la cosa più indistruttibile del mondo: da vicino, invece, erano tutte parole e frecce d’amore.

-Sarebbe bello fuggire insieme.

-Sì,- rispose Paul –ma dovrei lasciare Mathilde. Non posso farlo: io la amo.

-E non ami anche me?

-Immagino proprio di sì, o almeno credo.

-Lo capirai: si capisce sempre, prima o poi.

-Come si fa a capire di essere innamorati?

-Quando non puoi più fare a meno dell’altra persona, vuol dire che lo sei.

-Allora credo proprio di essere innamorato anche di te. Ma ciò è impossibile: come posso amare due persone contemporaneamente?

-A volte non si riesce a fare a meno di due persone, e allora è un gran bel casino.

-Stai dicendo che nella mia vita non riesco a cavarmela da solo, che ho bisogno di aiuto?

-Tu hai le poesie: sono un’àncora.

-Capisco…

-Allora, fuggirai con me?

-Pensi che riuscirei a fare a meno di Mathilde?

-Dipende.

Paul, che amava Mathilde, capì che non poteva. Però la lasciò lo stesso, e fuggì con Arthur.

A capirli, gli innamorati.

Mathilde, dal canto suo, si rese conto di ciò quando suo marito era già lontano, chissà dove. Lo amava, ma questo non bastò a perdonarlo: a volte capita, che l’amore non vinca su tutto. Soprattutto se tradito.

 

Paul e Arthur viaggiarono in lungo e in largo, videro tante cose e scrissero. Paul fece ciò pensando a sua moglie, e a cosa stesse facendo o pensando, che ancora l’amava con tutto sé stesso, di questo ne era certo, e forse tutto quanto era solo l’ebbrezza di scoprire cosa accadeva con Arthur, che era molto più giovane di lui, perché questo l’aiutava a sentirsi più giovane a propria volta; così dovette pensarla Paul: era il brivido dell’avventura. Questo, comunque, non servì per non pensare a Mathilde: per lei scrisse una bellissima poesia che non parlava assolutamente di lei, certo, ma che celava comunque tutto l’amore e il dolore per la separazione, e la separazione stessa. E Mathilde stessa. Mentre la scriveva: pianse.

Come tutte le storie d’amore, però, anche la ballata di Paul e Arthur volse al termine perché, e qui c’è la beffa, che sia colpa della morte o della vita, gli amori prima o poi finiscono tutti: Paul, forse talmente confuso da non capirci più niente, sparò ad Arthur. Accadde perché avevano condiviso tante cose, tante belle parole, ed erano talmente ubriachi di poesia e d’amore che ad un certo punto Paul non resse più. Mathilde, per esempio, l’aveva rivista in altre occasioni, tempo dopo la prima fuga, e con Arthur stette del tempo senza vedersi -mesi-, e l’amore oscillava fra l’inferno e il paradiso come sempre: dopo tanti alti e bassi l’equilibrio sembrò giunto con Mathilde che se ne andò per sempre e con Paul che prese la ferma decisione di passare il resto dei suoi giorni con Arthur; peccato che, siccome la realtà non è il mondo dei sogni -anche se sarebbe bello lo fosse- le apparenze ingannano, e così Paul non passò tutto il resto della sua vita con Arthur, come aveva appunto preventivato, ma anzi gli sparò: due colpi. E furono così forti e crudeli che segnarono la fine di tutto quel che erano, se mai qualcosa fossero stati.

 

Arthur morì da solo, vicino al mare, dopo averlo attraversato una volta per andare a vivere altrove e un’altra volta al contrario per tornare a casa e morirci, nonostante la odiasse, la sua Francia.

Amò per sempre Paul.

 

Paul divenne un uomo solo, invece: senza Mathilde, senza Arthur, senza amore. Cosa rimane, alla fine, ad un uomo? Forse la rabbia, la frustrazione, l’odio, la vendetta, la sconfitta eterna, la rassegnazione. La speranza: una stella. I marinai navigano e navigano, fra le nebbie e sulle onde, col cielo coperto e nuvoloso, e poi la vedono: una stella. La speranza. E l’uomo che ama e ama e ama sa che dentro al suo cuore brucia una speranza, e il suo cuore sta male e piange e sanguina e se non muore prima muore allora bruciato dalla speranza. E non c’è nulla da fare. Cosa rimane, alla fine, ad un uomo?

Niente.

A meno che non si sia Paul, che divenne insegnante forse per proteggersi dal mondo, per costruirsi una corazza contro ogni avversità, contro ogni piccolo dolore. E galeotto fu l’insegnamento: Paul conobbe un ragazzo, uno studente, Lucien, e non poté più farne a meno.

Decise che se finora aveva scelto certe vie non era il caso di sceglierle ancora, e che se finora l’amore era stato per lui passione e lussuria doveva essere con Lucien solo lirica e poesia. O almeno, ci provò: è così difficile separare l’amore dal sesso quando ad un certo punto, inevitabilmente, diventano la stessa cosa, e cioè quando ci si ama talmente tanto che non bastano più le belle parole, e tanti bei regali: bisogna passare ad un gesto più carnale. Fra Paul e Lucien questo accadde in segreto, se mai accadde, lontano dagli occhi di tutti, dove nessuno poteva vedere: un piccolo rituale per loro due, loro due soltanto, così per sempre.

Sarà, poi, che la lussuria è peccato o l’amore è sfortuna, ma Lucien si ammalò di tifo e dopo una lenta agonia lasciò il creato. Lo lasciò piangendo, e con lui pianse anche Paul, triste come non mai, ancora più solo di quando era nella pancia di sua madre, a prendere confidenza con cose che non aveva mai visto e di cui non sapeva nulla, ignorante come una pietra sul fondo del mare.

-Voi me l’avete dato, voi ora me l’avete ripreso; me l’avete dato, io ve lo rendo puro alla virtù e all’amore!

Gridava fra le lacrime sgridando Dio. Che poi magari non era vero, che era così puro e casto, ma forse Dio non lo sapeva, forse era troppo impegnato a guardare altrove -a volte può capitare- per accorgersi che Paul e Lucien tradivano la loro lingua, che Lucien stava morendo e Paul soffrendo per amore.

 

Tempo dopo -mesi dopo- Paul andò sulla tomba del suo amore ultimo e disperato. Era stanco, affaticato, rovinato, pieno di lividi e puzzolente d’alcool: aveva ripreso a bere, a drogarsi, a fumare, aveva ripreso a frequentare gentaglia e postacci, a fregarsene della vita e della sua salute precaria. Senza Lucien, senza Arthur, senza Mathilde e senza amore, era solo con una bottiglia, l’unica vera compagna della vita dell’uomo, l’unica che non lo inganna, o lo delude, o che se ne va: l’unico amore che un uomo può permettersi senza soffrire, perché quando giunge il momento di farlo si è troppo malati e troppo pieni di alcool per rendersene conto. La maggior parte delle volte si è già morti, anche se si è poeti.

E insomma Paul era una specie di cadavere fra i cadaveri, in piedi in quel cimitero. Sorrideva macabro come colui che sa la fine della storia e vorrebbe suggerirla: peccato fossero tutti morti, lì attorno.

Prese la bottiglia dalla tasca e ne bevve un sorso, lungo e leggero come le sue poesie. Pensò a chissà cosa, forse mentì a sé stesso quando disse:

-Amico, vengo a pregare con te.

Poi si girò, lento, come un albero nella bufera, disperato come un amore finito troppo presto: mentre se ne andava sentì il vento, e nel vento una voce, una voce che diceva:

-Tu comincia a pregare per te.

Paul si fermò, come colpito, sorpreso. Impossibile che qualcuno avesse parlato: era da solo, lì; impossibile fosse stato Lucien, o la sua tomba, che la pietra, si sa, non parla: forse era l’immaginazione, o Dio, o chissà cos’altro. Forse era l’amore, così strappato come le sue vesti e triste come i suoi occhi; forse la vita, che stava finendo come finiscono una bella storia e una bottiglia vuota.

Il principe e il poeta

Il soldato malato e la principessa nascosta

Jaufrè Rudel è stato, insieme ad Arnaut Daniel, uno dei padri della canzone provenzale, ed entrambi hanno conosciuto fama e fortuna nell’immaginario dei poeti successivi (Rostand scrisse un’opera teatrale sul primo e Dante inserì il secondo nel Purgatorio, proprio nel Canto sul Dolce Stil Novo).

La storia di Rudel, però -che lessi per la prima volta in un libro di Eco-, è decisamente più “narrativa” di quella di Daniel, perché sembra davvero inventata: secondo la leggenda, infatti, Rudel si innamorò di una donna che viveva in Oriente solo per sentito dire, senza averla mai vista (l’amor de lonh, cioè questo amore nato solo dalle descrizioni di donne bellissime che non si sono mai incontrare, è un topos della letteratura medievale, e anche Boccaccio dedica una novella al tema). Rudel partì quindi con la scusa delle Crociate alla volta dell’Oriente, e lo girò tutto, in lungo e in largo, alla ricerca di questa dama bellissima senza mai trovarla, e trascinando con sé anche i suoi uomini (e sarà l’ambientazione esotica e da milleeunanotte, ma sembra più una favola, che un delirio).

Non so dove finisca la verità e dove cominci la finzione, ma in una storia raccontata è tutto vero e tutto falso allo stesso tempo, per cui, in realtà, non ha importanza.

 

Alla mia principessa lontana

 

 

“Ed è sublime trama amare chi non t’ama, amare senza tema d’una scommessa sol la labile fama di vaga dama”

Edmond Rostand, “La principessa lontana”

 

 

 

Nell’anno del Signore 1144 tutti i suoi fedeli volsero lo sguardo verso Oriente per guardare i musulmani, e vincerli. Jaufré Rudel, invece, lo volse per cercare una bella principessa.

Egli viveva a Blaye, in Francia, e fra le mura del suo castello ingannava la vecchiaia precoce di quei tempi scrivendo poesie. Le sue sere, illuminate dal fioco stoppino di una candela, erano scandite dal ritmo costante della sua penna d’oca: intingeva la punta nell’inchiostro, lentamente, come se avesse avuto tutto il tempo della notte, e poi, con infinita tranquillità, disegnava lettere sul foglio, fregando l’amore e incatenandolo alle belle parole. Jaufré Rudel era convinto che quello fosse l’unico modo per vincere sul più nobile e bello dei sentimenti, l’unico modo per renderlo umano.

 

Qualche giorno prima di diventare soldato, Juafré accolse alla sua corte un poeta girovago. Essendo un suo simile, e mendicando un pasto, il Signore di Blaye non poté rifiutargli un tetto e un po’ di pane.

Cenarono insieme nella grande sala, lontano dalle guardie, dalle dame bellissime di cui il poeta si innamorò subito, dai cortigiani. Mentre pasteggiavano, Jaufré domandò:

-Ditemi, buon uomo, da dove venite?

-Dall’Oriente. Vedete, signore, i cristiani di Francia stanno combattendo gli infedeli, laggiù, insieme a tutti gli altri, e io mi ero unito alle loro schiere. Sono un poeta, e canto la gloria di Dio e dei suoi fedeli.

-Capisco… e come mai ora siete tornato a casa?

-Perché sono stato ferito, e ora non sono più capace di reggere uno scudo, o una spada.

L’uomo sollevò la sua mantella e mostrò un orrendo taglio che dall’ascella descriveva un arco fino al gomito. Le due labbra della ferita erano cucite insieme da un grosso filo sporco.

-Questa ferita me la sono fatta in battaglia. Sono tornato a casa per morire.

Jaufré annuì, sconsolato.

La cena proseguì fra racconti esotici e notizie dalla Francia. Ad un certo punto il poeta fu invitato a raccontare cosa avesse visto in Oriente, e la lunga serie cominciò da meravigliosi tramonti che indoravano i tetti, proseguendo per deserti infiniti e terminando con uomini vestiti in modo stravagante.

-E poi gioielli, e pietre preziose, signori bellissimi, dame stupende che si coprono il volto, una principessa che abita in un meraviglioso castello che dicono sia bellissima e per cui non bastano le poesie per descriverla; e poi ancora strade ampie, e i cieli azzurrissimi, il mare.

Il poeta proseguì ancora e ancora, senza essere fermato, perché Jaufrè, che era l’altro unico presente, non poteva farlo: era rimasto folgorato, incantato, dalla principessa bellissima, e per lui non esisteva più nient’altro.

 

Qualche giorno dopo la loro cena il poeta fu trovato morto nel suo letto. La ferita aveva fatto infezione, e tutta la polvere e le scomodità del viaggio fra l’Oriente e Blaye non avevano certo aiutato. Il corpo fu bruciato nel cortile interno: il fumo andò fino alle nuvole, fino a Dio, dove il poeta poté cantare per l’eternità la Sua gloria.

Jaufré, invece, dopo aver passato insonne ogni notte dalla cena di quel funesto giorno, decise di non provare neppure più a dormire. La sera del funerale, silenzioso, prese dei fogli e la sua penna d’oca e andò fino ai confini della sua proprietà, in campagna. Si sedette su un sasso e cominciò a scrivere.

Quando lo sorprese la mattina si stupì di ciò che aveva fatto: ai suoi piedi, ai piedi della roccia, si stendeva un mare bianco di fogli scritti, poesie su poesie su poesie, a non finire. Era come essere circondati da un esercito nemico, in balia del destino.

Ogni parola impressa su quei fogli, senza che Jaufré se ne rendesse neppure conto, era per lei e lei soltanto, la sua principessa nascosta e bellissima, la sua amata per sempre. Se una poesia non bastava per celebrarla, come aveva detto il poeta, forse milioni di poesie avrebbero reso il cuore di Jaufré così caotico e confuso da fargli dimenticare questo problema. Nella sua mente non c’era altro che un volto senza espressioni e occhi, un corpo meraviglioso senza curve né seni, una sagoma indefinita che era tutte le sagome, una donna che era tutte le donne. Dopo una settimana non riusciva più a dormire perché la sognava anche ad occhi aperti, dopo due settimane non mangiava neppure più perché era sazio solo di lei, dopo un mese non c’era gesto quotidiano che non fosse a lei dedicato. Era innamorato senza possibilità di resa, di un amore sconosciuto e lontano. Non resisteva oltre.

Qualche tempo dopo, quindi, ormai sconfitto da una passione inspiegabile e insensata, Jaufré si arruolò nell’esercito e partì per l’Oriente.

La sua nave salpò verso dove il sole sorgeva, ingoiata dall’orizzonte implacabile. Per giorni e giorni le vele furono gonfiate da un vento favorevole, e la penna di Jaufrè riempiva di parole i fogli che riempivano la sua cabina, volando come piume di qualche uccello esotico.

Quando la nave fu in prossimità della meta, o meglio, di quella che nelle coscienze di tutti quanti a bordo era la meta, Jaufrè ordinò di virare e prendere un’altra rotta. Il suo secondo ufficiale, piuttosto preoccupato, lo raggiunse in cabina e chiese cosa stava succedendo.

-Non andiamo alla crociata. Non io, almeno. Mi sbarcherete sulla spiaggia verso cui siamo diretti, e poi prenderai tu il comando, portando alto l’onore di Blaye.

-Mio Signore, solo voi potete portare alto l’onore di Blaye, e disertando la guerra non lo farete di certo.

-Io non diserto la guerra, io non parteciperò. Mi sono arruolato non per servire il mio Dio, ma solo per servire me stesso. Devo incontrare una persona.

-Chi, di grazia?

-Lei.

Jaufré indicò le centinaia di poesie che svolazzavano per la stanza, che si assiepavano sui mobili, che coprivano il pavimento. Il secondo ufficiale, molto disorientato e molto stupido, chiese:

-Chi?

-Lascia perdere, pensa ad eseguire i miei ordini.

L’uomo si inchinò, uscì e obbedì. Poi, siccome amava il suo Signore più di se stesso, quando fu ora di farlo sbarcare sbarcò con lui, e con loro tutta la nave. Disertarono la seconda crociata senza che nessuno se ne accorse e presero la via del deserto.

Quella sera, attorno al fuoco del loro bivacco, il secondo ufficiale chiese ancora a Jaufrè:

-Signore, chi è che stiamo cercando?

Il Signore di Blaye guardò l’enorme baule pieno di poesie che faceva trasportare da due suoi uomini, tutte le poesie che nella sua mente romantica avrebbe donato alla sua principessa nascosta nei meandri dell’Oriente per farsi amare, e poi disse:

-Una visione.

Il secondo ufficiale, irritato e ignorante, non chiese più niente.

 

Il drappello di uomini marciò per giorni, e i giorni diventarono mesi, e i mesi non finivano mai. Uno ad uno, chi per fame, chi per sete o fatica, morirono tutti. Alla fine anche Jaufré si ammalò, di una malattia che lo avrebbe condotto alla morte.

Erano rimasti in sei, da tutti che erano partiti, e il bivacco, che da dieci fuochi era formato all’inizio, veniva ora illuminato solo da una fiammella.

Il secondo ufficiale, che aveva preso il comando da quando Jaufré era ammalato, sedeva giorno e ogni notte al capezzale de suo Signore, attendendo la morte. Da quando infatti la malattia l’aveva colto, i suoi uomini avevano deciso di fermarsi fino a che non fosse guarito, in grazia di Dio, o morto per raggiungerlo.

Uno de soldati, il più superstizioso, pensò che la mortale malattia che faceva delirare Juafrè nel cuore della notte fosse una punizione divina per non aver servito il Signore nella guerra. Il secondo ufficiale non condivideva ciò, ma dopo una settimana di febbri e visioni, Jaufrè morì.

L’ultima cosa che vide, annebbiata dai suoi occhi che si stavano spegnendo, fu una donna. Era avvolta in un velo, ed era bellissima, proprio come nei suoi sogni e nelle sue poesie. Non riuscì a capire chi fosse, né si domandò perché fosse lì, in un accampamento militare in mezzo al deserto. L’unica cosa che pensò fu che era davvero bella, e morì sorridendo.

 

I cinque soldati rimasero ancora qualche giorno fermi lì dove il loro Signore era morto. Le gesta di quegli uomini erano diventate famose, in quelle terre, e nelle settimane successive un’interrotta processione di gente raggiunse il luogo in cui il corpo di Jaufré stava bruciando, porgendo le sue scuse a Dio e chiedendo misericordia per il suo amore.

Il secondo ufficiale prese in disparte un uomo qualunque e chiese chi erano, e cosa volessero.

-Ma come, voi siete un suo uomo e non sapete dell’impresa di Jaufré Rudel?

-No, non ci hai mai detto niente.

-È strano, perché qui lo sanno tutti. Qualcuno deve aver sparso la notizia, forse dalla Francia. Prima di partire Juafré deve averne parlato con qualcuno, non di certo con chi lo doveva accompagnare, o non l‘avreste mai seguito. Forse questo confidente partì a sua volta, e venne a sentire di un tizio che vagava per il deserto invece di combattere, forse ha confessato. In ogni modo egli stava cercando una bellissima principessa che non aveva mai visto, e di cui si era perdutamente innamorato.

Il secondo ufficiale annuì piuttosto perplesso, poi andò a sedersi sul baule segreto del suo Signore. Mentre era lì che pensava, forse illuminato da qualcosa di divino, aprì il suddetto baule trovandoci dentro un mare di parole. Lesse qualche poesia, comprese: sorrise. E improvvisamente fu chiaro perché il suo Signore se ne era andato sorridendo a sua volta, vedendo quella donna. Chissà dov’era, lei, ora.

 

I cinque uomini di Juafré Rudel rimasero presto in tre, poi in due quando tornarono a Blaye: uno di questi era il secondo ufficiale.

Portò le notizie alla famiglia e le ultime volontà del suo Signore, e quando ebbe adempito a questi due compiti sellò il suo cavallo e iniziò a cercare la donna che Jaufré aveva invano cercato. Se avesse saputo che quella donna nella tenda, l’ultimo volto che il suo Signore aveva visto prima di morire, era in realtà il Graal della loro impresa -il sogno- l’avrebbe fermata. Lei aveva trovato loro, ironicamente, e si erano persi ancora. Nell’impeto finale di un uomo senza più nulla quale era il secondo ufficiale, trovare quella bellissima principessa nascosta dalle poesie e dai fumi della notte era l’ultima –e l’unica- cosa da fare.

 

Morì, il secondo ufficiale, mentre si trovava sul Mar Nero, in riva al porto, stanco e malato. Non trovò mai la donna tanto agognata perché si era reclusa in un convento dove nessun uomo poteva entrare mai, disperata per non essere venuta a sapere prima di un uomo che l’amava senza conoscerla, senza averla vista, che le aveva dedicato migliaia di parole e che lei, lo sapeva, avrebbe amato a sua volta con tanta passione e sentimento.

L’avesse saputo, il poveretto, del convento, non avrebbe viaggiato tanto. L’avesse saputo, Jaufré, del convento, avrebbe pianto.

Il soldato malato e la principessa nascosta

Chi soffoca sotto i mattoni

Prévert è uno dei miei poeti preferiti, soprattutto quando parla d’amore. Nella prima raccolta antologica che lessi trovai una poesia dal titolo “La canzone del mese di maggio”, che parla dello scorrere del tempo, della morte che prende il posto della vita e dell’amore che sovrasta entrambe, vera forza generatrice e distruttrice. Ora, siccome ho imparato da Hugo Pratt che le poesie sono una sequenza di immagini, questa in particolare mi fece venire in mente un sentiero in mezzo alla campagna, magari in terra battuta e magari nel Medioevo, con un vecchio re e un asino moribondi che stavano fuggendo da chissà cosa, accompagnati da uno stalliere senza nome come senza nome e identità è la voce narrante nella poesia di Prévert.

E’ così che è nato questo racconto, in cui lo stalliere racconta in prima persona, come nella poesia, la loro avventura: un racconto che spiega perché “io l’asino e il re / saremo morti domani”.

 

“L’asino il re ed io/ Saremo morti domani/ Di fame l’asino/ Di noia il re/ E io d’amore”

Jacques Prévert, “Poesie”

 

 

 

Quando abbiamo perso la guerra, il castello fu completamente bruciato come una torcia nel cuore della vallata, che tutti hanno visto e ammirato stupiti, come incantati: la magia del fuoco e della paura che fa stare fermi e immobili, dicevano; io ho detto solo che era meglio andarsene, finché si era in tempo, e così ho preso il mio asino dalla stalla e mi sono incamminato lungo la mulattiera che porta verso Nord, verso il confine -me ne sono andato a malincuore, certo, ma era già tutto perduto: ho lasciato alle spalle tante cose bruciate, in quell’incendio, che volevo solo salvarmi la vita.

A castello ero un semplice stalliere, l’unico, e lo scudiero del Re in tempi di guerra; la mia vita si barcamenava come ubriaca fra l’osteria e la stalla, dove avevo sistemato un pagliericcio come letto; ero poverissimo, con gli stessi vestiti per tutto l’anno e la stessa triste faccia stanca: l’unica cosa positiva della mia vita era l’amore per la bellissima Lady Rowena, la dama del castello, inavvicinabile -per dire, io l’ho vista solamente una volta, in tutta la mia vita, e ovviamente me ne sono innamorato, perché non si poteva fare altrimenti con una stella come lei, e per sempre ho immaginato come sarebbe stato farci l’amore, come sarebbe stato vederla nuda, o accarezzarla, a volte sono arrivato perfino a immaginare come mi sarei sentito se lei avesse fatto scorrere le sue dita sul mio petto irsuto, o le sue mani lungo i miei fianchi; sognavo di baciarla, di farci l’amore leggermente come se non dovessimo farci male, e ogni notte i miei sonni erano tutti per lei. Il problema è che un povero stalliere come me non può certo aspirare ad una come lei, così altolocata e stupenda, perciò l’ho sempre amata in segreto e in silenzio, ma la verità è che lei, senza aver mai fatto niente fisicamente per me, mi ha reso felice.

Purtroppo l’incendio si è portato via ogni cosa, abitanti compresi, e Lady Rowena, così come ho sentito dire dalla gente che scappava con me lungo la mulattiera, è precipitata dalla sua torre avvolta nelle fiamme, non riuscendo neppure a toccare terra che già era cenere -una morte bellissima, come una stella cadente: non sono un poeta ma certe cose belle le vedo anch’io. In ogni modo, privato del mio amore, ho camminato e cammino ancora lungo questa mulattiera merdosa e infinita col mio asino e il Re bastardo, perché l’ho trovato mentre ero già fuori dal paese, seduto per terra e avvolto in un mantello logoro e scuro, che implorava aiuto. Nessuno lo riconosceva, o perlomeno nessuno si fermava: del resto, il castello bruciava a causa della sua guerra, perché come sovrano è stupido e ha voluto attaccare il Regno confinante senza un esercito decente o un barlume di speranza: il popolo sopravvissuto stava scappando e col cavolo che lo avrebbero preso su, da quella strada -la stessa cosa l’avrei fatta anch’io, ma in quanto suo scudiero mi riconobbe, e non potei fare diversamente che raccoglierlo.

E così sulla mulattiera siamo io, il mio asino e il Re, uno più distrutto dell’altro: dei tre, solo all’asino voglio bene.

 

Ci siamo seduti attorno ad un bivacco e abbiamo mangiato quel poco che sono riuscito a portarmi dietro, cioè un tozzo di pane, mezzo fiasco di vino e un po’ d’uva: il problema è che la carestia dilaga un ovunque, in questo e negli altri Regni, e non c’è modo di uscirne se non facendosi guerra e conquistando terre per sperare di trovare grano e bovini: noi, per esempio, ci abbiamo anche provato, ma il Re ha perso, il Re che è qui con me, vecchio, malato, triste e disperato, che non credo sopravvivrà a lungo -in realtà credo che nessuno di noi sopravvivrà a lungo: l’asino è debole e affamato perché il poco cibo lo usiamo io e il mio sovrano per sostentarci, io sono molto abbattuto per Lady Rowena e per il gramo destino che mi attende se dovessi sopravvivere a questo pellegrinaggio senza speranza e il Re è così mal ridotto che sembra già morto.

Mentre mangiamo mi accorgo con orrore che spartendo le poche provviste in due non ce ne sono più per la sera: dopotutto, il Re non era nei miei piani, ma del resto è pure vero che i nostri nemici sapevano della mancanza di cibo -nessuno di noi ne aveva, anche le dispense della corte languivano-, e sapevano che la maggior parte dei morti li avrebbero fatti la fame, la malattia e la disperazione successiva alla sconfitta: cadono e sorgono Imperi e Regni ogni giorno, nel mondo, ma non contano tanto i mattoni crollati quanto chi soffoca sotto ad essi.

 

Abbiamo passato la notte, siamo sopravvissuti sotto alle stelle e sotto il freddo, tremando e disperandoci; il Re non parla, forse perché teme semplicemente di aprire la bocca, visto il baratro in cui ha condotto tutti noi, oppure semplicemente perché è troppo vecchio, troppo stanco e troppo malato, consunto dalla sconfitta, per farlo; l’asino, mentre la mattina sorge da dietro le colline, mi accorgo con orrore che è morto, forse nel sonno, spero per lui, consumato nello stomaco dalla fame -se fosse morto da sveglio, durante la notte, avrebbe certo sofferto: mi auguro per lui che il suo trapasso sia stato veloce e indolore. In ogni modo, ora abbiamo della carne, ma non un coltello per tagliarla: tanto cibo e neppure un boccone da mangiare.

Il Re dorme ancora, annoiato e deluso, la corona rotta che non brilla più. Lo guardo e lo riguardo, chiedendomi come il potere sia corrosivo e corrotto -per fortuna che sono… o ero, un semplice stalliere, a volte scudiero, ma comunque un plebeo qualsiasi, che ha problemi qualsiasi, e che non deve decidere la sorte di un popolo intero. Mentre ragiono di ciò, mi rendo conto che il Re non respira più, che non si muove: anche lui è morto nel sonno, o forse, più dolcemente, nel dormiveglia dovuto alla noia, al dolore e alla stanchezza -accorgendosi che stava morendo si è addormentato.

I miei pensieri sono rivolti a Lady Rowena, e penso a lei anche se penso ad altro, e il Re e l’asino sono morti uno dopo l’altro, consumati da tutta questa fame e questa guerra, dalla stanchezza e dalla fuga, dalle condizioni massacranti e dalla poca voglia di ricominciare; alla fine, io, senza più Lady Rowena da guardare di nascosto, morirò presto: io l’amavo, era l’unico motivo per cui mi svegliavo la mattina, ed ora che è bruciata come è bruciato il mio amore, sono troppo… stanco, per fare altro. Per reagire. Credo di star per morire anch’io. Anzi, credo proprio che sto

Chi soffoca sotto i mattoni