I morti non parlano

Prima di questo romanzo avevo scritto solamente dei racconti brevi raccolti poi in Cavatappi e delle poesie raccolte in Poesie. Prima di questo romanzo avevo scritto solamente un altro romanzetto, Panverso, un fantasy piuttosto scialbo finito per forza perché l’idea di lasciarlo incompleto mi rattristava più che vederlo concluso in malo modo. Prima di questo romanzo avevo scritto solamente una raccolta di racconti legati l’uno all’altro riguardanti le avanguardie storiche raccolti poi in Olio su tela. Prima di questo romanzo avevo scritto solamente altri racconti vari, come Il principe e il poeta o Elogio definitivo ma non ultimo all’amore disperato.

Tutti questi racconti, più o meno, erano debitori a Bukowski, a Tabucchi, a Benni, a Fante, a Hugo Pratt, a Nei Gaiman, ad Alan Moore e, soprattutto, a Baricco. Il loro stile era ancora acerbo e impregnato degli stili di questi altri autori; erano i primi racconti di una persona che aveva cominciato a scrivere da poco ed erano i suoi primi passi.

Poi è arrivato I morti non parlano.

Questo romanzo è nato quasi un anno e mezzo fa, quando ho sentito il bisogno di scrivere una storia lunga, complessa e articolata in un modo nuovo, in un modo mio, con un mio stile; questo romanzo è un punto d’arrivo perché è scritto in un modo mio ed è anche l’ultimo lavoro auto-pubblicato (del resto, dopo di lui ho scritto Sunset Strip, il mio primo vero romanzo pubblicato da una casa editrice, ancora più lontano rispetto a I morti non parlano nello stile eccetera, ma questa è un’altra storia).

La storia de I morti non parlano è molto semplice: è un noir, c’è un detective distrutto dalla vita, un ispettore che sembra tutt’altro rispetto a quello che è e un caso da risolvere; il titolo viene da Pirati dei Caraibi 5 e lo stile è più maturo ma ancora lontano da quello dei lavori successivi. Proprio per tutte queste cose è un romanzo importante: segna il passaggio da un’età più ingenua ad una più consapevole, grazie anche ai fatti della vita capitati mentre lo scrivevo, e per questo gli sono legato (come lo sono a tutti i racconti venuti prima, perché sono i primi, sono da dove vengo).

Buona lettura.

 

I morti non parlano

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I morti non parlano

Panverso

Tempo fa feci un sogno.

Sognai un mio amico vestito come un jainista che suonava un flauto, un prato di fiori profumati, un ponticello e un mondo altro in cui si ergeva una collina sulla quale era costruita una torre altissima dentro cui viveva e regnava un tiranno di nome Virus; sognai che io e il mio amico partivamo per sconfiggerlo e che un suo soldato -da una feritoia o da dietro un albero- mi feriva con una freccia al tallone -proprio come Achille.

Non avevo ancora visto/letto Il Signore degli Anelli, non avevo ancora scoperto le opere di Alan Moore e Neil Gaiman, forse avevo già visto -e magari anche da poco- Troy; sta di fatto che questo sogno rimase latente per anni nel mio inconscio finché capii che era troppo completo e delineato per essere solo una coincidenza -Robert L. Stevenson scrisse in Un capitolo sui sogni che lui le storie le sognava e poi le scriveva, perché così funzionava la sua mente. E così, dopo anni di latenza e dopo aver visto troppi film della Marvel (e letto relativi fumetti) e dopo aver letto e riletto Moore ma soprattutto Gaiman, ho scritto la storia del flautista jainista, di Virus sulla sua torre e di tutti gli altri personaggi.

 

Panverso

Panverso

Il mostro ubriaco

Questo racconto fotografico è nato in un periodo in cui scrivevo cose solo su Modigliani: poesie, fumetti, racconti… e si collega in un certo modo ad un certo filone di racconti che sotto il titolo di Olio su tela narrano le vite e le opere di vari pittori del ‘900. Solo che Il mostro ubriaco non appartiene a questo filone, né a nessun altro, né lo farà mai: Modigliani è unico.

 

Il mostro ubriaco

Il mostro ubriaco

Rapsodia

Questo “fumetto” ha una gestazione lunghissima e strana: quando cominciai a scriverlo la mia ragazza per poco non mi lasciò, così, superstiziosamente, smisi di scriverlo; ma quando decisi di riprenderlo in mano e finirlo, la cosa si ripeté. Allora decisi che dietro c’era un qualche disegno del destino, per cui interruppi il lavoro -almeno finché lei non mi avrebbe lasciato definitivamente-, e quando lo fece terminai finalmente il lavoro, ma ormai era passato così tanto tempo che l’idea originaria si era persa per sempre.

Rapsodia

Terra di nessuno; 9 – La lettera di cui nessuno seppe mai niente

La verità è che io sapevo che Pat aveva tanti soldi da parte, e decisi di amarlo per poterli avere, un giorno, casomai ci fossimo sposati. Però sapevo anche, o forse ne avevo solo il sentimento, che non mi avrebbe sposata mai, libero com’era. Così, quando arrivò da me Carl Schlomo, ne approfittai. Capii subito che era troppo nevrotico per farsi domande e troppo vergine per pensare: mi feci vedere nuda, gli feci un pompino e fu mio. Gli proposi di far girare la voce che mi aveva violentata perché mi ero rifiutata di succhiarglielo: così facendo avrebbe attirato le ire di Pat, che mi amava davvero. Il duello fu una farsa: dissi a Pat che Carl avrebbe avuto cartucce a salve, e che io l’avrei taciuto a Carl stesso, in modo tale da farlo spaventare quando lui sarebbe sopravvissuto ai suoi colpi: Pat non aveva neppure bisogno di far fuoco, e lui si fidava troppo di me, mi amava troppo per obbiettare. In realtà Carl era al corrente di tutto, e nonostante Pat avesse controllato i colpi di Carl, egli ne mise uno in più mentre Pat non guardava. Quando Pat morì, io e Carl pensammo di aver ormai diritto a tutti quei soldi. Purtroppo Mr. Money e Mr. Tomb, non so come, raggirarono la cosa, e nonostante ce li promisero riuscirono a rubarceli legalmente con una clausola trovata da Mr. Tomb, che avrà ricevuto il suo bel cinquanta per cento. O forse noi non ne avevamo proprio diritto, ma in ogni modo ce li hanno portati via, e pur di non farci scoprire, che il dottore aveva capito ogni cosa, siamo fuggiti. E mentre scrivo sono su una diligenza per chissà dove, vicino a Carl. Ci divideremo, all’arrivo. La cosa buffa è che nessuno leggerà queste parole, ma dovevo scriverle per me, per fare pace con la mia coscienza inconsolabile. Povero Pat, io credevo d’amarlo e l’ho tradito.

Terra di nessuno; 9 – La lettera di cui nessuno seppe mai niente

Terra di nessuno; 8 – John Wood

L’avvocato corse nell’ufficio dello sceriffo tutto trafelato. Era rosso in viso e ansioso di parlare. Lo sceriffo, dal canto suo, era seduto con le gambe sul tavolo, e quando lo vide entrare le posò a terra preoccupato e si rizzò sulla sedia.

-Che c’è?!

-Lucinda…- disse ansimando –è scappata.

-Cosa?!

-Non è più in città, e con lei se ne è andato anche Carl Schlomo.

-Ma… perché?

-Non saprei, me lo ha appena riferito la padrona del bordello, appena l’ha scoperto, siccome sapeva che seguivo le indagini. Ho pensato di avvertirla.

-E i soldi di Pat? Li ha presi su? Impossibile che abbia fatto così presto.

-Non so. Non so.

Lo sceriffo corse allora fuori dal suo ufficio, fino alla banca. Entrò irruento, sbattendo la porta: Mr. Money era seduto dietro al vetro, come al solito- visiera verde in testa- e Mr. Tomb, lì di fianco, era in piedi che parlava con lui. Guardarono entrare lo sceriffo e Mr. Money domandò:

-Che succede, sceriffo?

-Lucinda Ley è fuggita. Ha preso i suoi soldi o glieli hai rubati come li rubasti l’altra volta?!

-Ma… no, no. Io stavo facendo di tutto per farglieli avere, non sapevo fosse fuggita. Guardi, sono qui sul banco.

Mr. Money indicò delle banconote, poi disse:

-Davvero non capisco.

Lo sceriffo lo guardò torvo, poi diede un’occhiataccia a Mr. Tomb.

-E lei? Cosa ci fa qui?

-Parlavo con il mio amico, se non le spiace. Nulla di strano.

Lo sceriffo bofonchiò qualcosa, poi se ne andò dicendo che non ci capiva nulla.

I due, il banchiere e il notaio, rimasti soli, si guardarono per qualche istante poi scoppiarono a ridere, come se non dovessero più smettere.

 

Lo sceriffo era nel suo ufficio, rientrato da poco dalla banca, ancora con le gambe sul tavolo, quando l’avvocato irruppe nuovamente col fiatone.

-Che succede stavolta?!- disse lo sceriffo ripetendo i movimenti di prima.

-Il dottore…- rispose lo sceriffo –si è suicidato!

-Cosa?!

Lo sceriffo restò immobile sulla sedia, come incapace di movimenti.

-La sua governate mi ha detto che aveva appena saputo della fuga… di Lucinda, e così si è impiccato.

-Le voleva troppo bene, a quella donna- disse lo sceriffo, che per una volta ci prese, a dispetto della sua stupidità. Dopodiché si adagiò sullo schienale della sedia, rassegnato, si fece allungare la bottiglia di whisky e cominciò a bere dicendo che non ci capiva più nulla davvero.

E non smise più di bere fine alla fine dei suoi giorni.

 

Lo sceriffo, quella sera, raggiunse la tomba di Pat Trigger, sulla collina fuori città, dove avevano allestito il cimitero.

Si mise davanti alla lapide con la bottiglia in mano e parlando coi morti o da solo disse:

-Scusami, amico mio, se non ci ho capito nulla.

Tracannò un sorso e se ne andò.

Terra di nessuno; 8 – John Wood