Terra di nessuno; 3 – Hyppo Quinine

Appena Pat Trigger passò all’altro mondo, e appena John Wood lo venne a sapere, andò prima a chiamare l’avvocato, un tale Prince O’Fhole, un irlandese di Boston che faceva praticantato laggiù, dove finiva l’America, e poi, con lui, andò a trovare il dottore, perché il ragazzo aveva bisogno di fare esperienza e quella era un’occasione.

Il dottor Hyppo Quinine disse allo sceriffo.

-Stecchito. Aveva una pallottola in pancia, una sola, che è bastata per mandarlo all’altro mondo. Non so cosa dirle più di questo. In quanto medico mi sono sentito responsabile di consolare gli affetti, e così ho passato un paio d’ore da Lucinda, l’amante di Pat, per asciugarle le lacrime. Non ho nient’altro da potervi dire, se non che è morto davvero, quel poveretto. Era davvero immenso.

-Lo so, lo so…- fece lo sceriffo. Poi contrasse il viso in una smorfia, sputò per terra, aggiustò il suo cappello cattivo e se ne andò borbottando: odiava il dottore con tutto sé stesso, speroni compresi, e sapeva perfettamente che non era andato dalla Sciantosa per asciugarle le lacrime, ma per bagnarsi e basta: dopotutto era una puttana, pensò John Wood, e anche se era triste non poteva certo tirarsi indietro da un cliente che chiedeva di lei. Quel dottore era davvero un bastardo farfallone, e lo sceriffo non voleva altro che dire alla sua povera moglie -che ogni sera lo aspettava a casa chiedendogli come era andata la giornata- la verità, nient’altro che la verità, e cioè che Hyppo Quinine era una feccia, una merda, praticamente inutile e dannoso per il ruolo fondamentale che ricopriva.

-Cosa ne pensa, sceriffo?- chiese l’avvocato.

-Che quel dottore mi sta antipatico.

-Lei dovrebbe essere imparziale.

-E lei dovrebbe solo stare zitto e prendere appunti.

Prince O’Fhole ammutolì e non disse più niente.

 

Il dottore, dal canto suo, raggiunse il saloon. Era una persona molto ansiosa, che come dottore non aveva nulla da imparare, ma che come uomo, nel senso metafisico del termine, non aveva niente da insegnare: era proprio un bastardo -lo sceriffo aveva ragione- e così, per smorzare la tensione accumulata dall’interrogatorio più informale e menzognero che avesse mai fatto, andò a bersi un bicchiere. Chiaramente whisky.

Si sedette al bancone, proprio vicino a Jack Bridge.

Jack Bridge era il più grande giocatore d’azzardo della contea, uno che si infilava un mazzo nelle maniche della camicia e riusciva a tirar fuori tutte le carte giuste al momento giusto, senza farsi mai vedere: un baro, naturalmente, ma lo erano un po’ tutti laggiù. Sta di fatto che il dottore, vuoi per la tensione, vuoi perché oltre ad essere ipocrita e bastardo era anche logorroico, si mise a raccontare tutta la vicenda.

-Vedi, quella pallottola ha ucciso Pat, sì, ma ce ne erano altre cinque a salve, nella pistola di quel tale, e io non capisco perché. E poi Lucinda. Sì, è vero, stava piangendo, ma erano lacrime finte, non era seria, non piangeva di dolore. Le ho anche chiesto se… e insomma, sì, mi ha succhiato l’uccello, con tutto quello che ha passato doveva rifiutarsi, per lo meno farlo piangendo. Invece niente, insomma, certe cose gli sceriffi non le notano, ma io che sono un dottore sì, e lei non piangeva. Non gliene frega un cazzo se Pat è morto.

-E a me non me ne frega un cazzo di tutta ‘sta storia. Levati, grassone.

Il dottore guardò Jack, finì di bere e se ne andò. Si ricordò, quando era già fuori e già più rilassato, che Jack Bridge era la persona più indifferente e solitaria del mondo.

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