Terra di nessuno; 1 – Pat Trigger

Ho sempre desiderato scrivere un racconto western da quando lessi City di Baricco, da quando vidi i film di Sergio Leone e da quando ascoltai I cowboys di De Gregori; e non so perché (ma forse proprio per City) volevo che fosse un giallo. Quando inizia a scrivere, poi, mi ricordai di un supplemento a Topolino di qualche anno fa in cui si parlava di film western e in cui si diceva che per fare un buon western bastavano i soliti tre o quattro personaggi: lo sceriffo, il giocatore d’azzardo, la prostituta, il pistolero…

Alla fine tutta l’attesa, la voglia e il piacere di scrivere questo racconto hanno surclassato di molto il racconto stesso, che non è stato all’altezza delle aspettative -ho provato anche a migliorarlo, davvero, ma lui o io non volevamo-, e quindi in questa storia ci saranno uno sceriffo, un giocatore d’azzardo, una prostituta, un pistolero e anche un banchiere, come in Rango, perché questo racconto è pieno di cose di altri e senza cose mie.

 

 

“I cowboys vanno a cavallo per i canyons della vita/ la loro gloria è una cintura d’oro e una fibbia arrugginita/ Il deserto è la loro stella, la loro stella non ha famiglia/ e il futuro per loro non ha mattino, il loro vino non ha bottiglia/ Il deserto è la loro stella, la loro stella fa che non tramonti/ e il futuro per loro è una cosa bella, che quando arriva ci si fanno i conti/ I cowboys sono animali veloci, quando ritornano già vanno via/ le loro strade non hanno incroci, la loro vita è una ferrovia/ Che quando riparte il treno, tutti armati fino ai denti/ ti salutano coi fucili, a cavalcioni dei respingenti/ I cowboys vanno a cavallo, nell’Arizona dei nostri cuori/ non hanno figli e non hanno padri, non hanno armi e non hanno amori/ All’avventura vanno da soli, così si perdono raramente/ sono cuori nella deriva, sono anime nella corrente/ E quando ritorna il treno che è sera, e il futuro si fa presente/ prima dei cowboys chissà se c’era, ma dopo i cowboys non c’è più niente”

“I cowboys”, Francesco De Gregori

 

Non c’è da scherzare: un duello è una cosa seria. Non è un ballo, o una sera all’opera, dove tutti cantano e muoiono cantando: nei duelli si muore urlando, urlando forte, perché le pistole fanno male, quando sparano, e il sole e la polvere della frontiera oscurano gli occhi. Si muore rapidamente che neppure ce ne si accorge: un attimo prima si era tutti al bordello, con due puttane alte così, belle e formose, in giarrettiera, e un attimo dopo si è per terra che deve arrivare Cassetta, il becchino -lo chiamavano così perché faceva le casse da morte, il poveretto- e, insomma, si è già belli che sepolti, quando arriva Cassetta. Non c’è grazia, nelle cittadine di frontiera: è terra di pionieri, quella, di indiani, banditi e pistoleri, terra di sceriffi e donne di malaffare, giocatori d’azzardo e gente che ha studiato e vuole guadagnare facile o ha perso ogni cosa dalla vita: terra di nessuno.

Non c’è da scherzare: un duello è una cosa seria, e Pat Trigger era il più serio di tutti, in queste cose. I sui occhi erano grandi come l’orizzonte, durante i duelli, e vedevano le anime, impassibili e freddi; i suoi occhi di un giallo scuro, come la polvere della prateria, i suoi occhi cattivi come bossoli esplosi. Pat Trigger era il più grande pistolero del West, e stava per duellare contro un giovanotto, un tale Carl Schlomo, che veniva da chissà dove, tutto nevrosi e ansia. Non avrebbe perso Pat, questo si sapeva, questo lo sapevano le teste che curiosavano dalle finestre, lo sapeva la polvere, lo sapeva la strada, lo sapeva Pat: non avrebbe perso semplicemente perché non perdeva mai.

Era un pistolero che aveva imparato fuori dai saloon, quando quelli più grossi e cattivi lo spingevano fuori e lo prendevano in giro: capì che se non poteva vincere sul piano fisico poteva -e doveva- farlo su quello della rapidità: divenne un maestro nel togliere la pistola dalla fondina, caricare e sparare. Dopo qualche mese nessuno lo spinse più fuori da un saloon, ma anzi tutti gli offrivano da bere. Era Pat Trigger, ormai, un lupo solitario che veniva assoldato di città in città dagli sceriffi o dai governatori per arrestare ora questo ed ora quello, sgominare bande di assaltatori di diligenze o treni, ladri di bestiame. Tutti lo temevano, tutti lo rispettavano, e quando Carl Schlomo lo sfidò a duello, nessuno si stupì: capitava sovente che se Pat era in città qualcuno cercava di ucciderlo, così, solo per avere la gloria di essere colui il quale aveva accoppato il più grande, semplicemente il più grande, pistolero del West.

 

I due erano uno di fronte all’altro, pronti. Dieci centimetri di distanza fra i loro nasi, dieci appena. Si misero schiena contro schiena, le mani tese lungo i fianchi. Le teste dei curiosi rientrarono, la gente se ne andò: era un duello privato, quello, come tutti gli altri di Pat: non voleva che le donne e i bambini proseguissero le loro vite con così tante immagini di morte negli occhi, non voleva che gli uomini credessero cosa buona e giusta sfidare qualcuno alla morte. Così: nessuno a guardare, solo il vecchio Opossum Morto, l’indiano, l’amico di Pat, che lo aveva incontrato in uno dei suoi viaggi e l’aveva portato in città, e che ora stava sempre seduto sulla sua veranda, e vedeva e sapeva tutto e non diceva nulla se non glielo si chiedeva. Il vecchio Opossum era l’unico a guardare il duello perché sì, perché era sempre stata questa la solfa, solfa che Pat avrebbe evitato volentieri, ma era un gentiluomo e non si tirava mai indietro: non era un codardo, ed era davvero il più veloce, e il più bravo -un virtuoso- e sapeva che non avrebbe perso mai.

Dieci passi.

Uno.

Due.

Tre.

Quattro.

Cinque.

Sei.

Sette.

Otto.

Nove.

Dieci.

Si girarono.

Fuoco.

Fuoco.

Proiettili nell’aria, sibilando la nenia della morte.

Uno andò a perdersi nell’orizzonte.

L’altro nella pancia.

Di Pat.

Che cadde a terra.

Ferito.

Neppure il tempo che la gente, udendo gli spari, tornasse fuori a vedere Pat vincitore, che Pat Tigger, il più grande pistolero del West, era già morto.

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