Il soldato malato e la principessa nascosta

Jaufrè Rudel è stato, insieme ad Arnaut Daniel, uno dei padri della canzone provenzale, ed entrambi hanno conosciuto fama e fortuna nell’immaginario dei poeti successivi (Rostand scrisse un’opera teatrale sul primo e Dante inserì il secondo nel Purgatorio, proprio nel Canto sul Dolce Stil Novo).

La storia di Rudel, però -che lessi per la prima volta in un libro di Eco-, è decisamente più “narrativa” di quella di Daniel, perché sembra davvero inventata: secondo la leggenda, infatti, Rudel si innamorò di una donna che viveva in Oriente solo per sentito dire, senza averla mai vista (l’amor de lonh, cioè questo amore nato solo dalle descrizioni di donne bellissime che non si sono mai incontrare, è un topos della letteratura medievale, e anche Boccaccio dedica una novella al tema). Rudel partì quindi con la scusa delle Crociate alla volta dell’Oriente, e lo girò tutto, in lungo e in largo, alla ricerca di questa dama bellissima senza mai trovarla, e trascinando con sé anche i suoi uomini (e sarà l’ambientazione esotica e da milleeunanotte, ma sembra più una favola, che un delirio).

Non so dove finisca la verità e dove cominci la finzione, ma in una storia raccontata è tutto vero e tutto falso allo stesso tempo, per cui, in realtà, non ha importanza.

 

Alla mia principessa lontana

 

 

“Ed è sublime trama amare chi non t’ama, amare senza tema d’una scommessa sol la labile fama di vaga dama”

Edmond Rostand, “La principessa lontana”

 

 

 

Nell’anno del Signore 1144 tutti i suoi fedeli volsero lo sguardo verso Oriente per guardare i musulmani, e vincerli. Jaufré Rudel, invece, lo volse per cercare una bella principessa.

Egli viveva a Blaye, in Francia, e fra le mura del suo castello ingannava la vecchiaia precoce di quei tempi scrivendo poesie. Le sue sere, illuminate dal fioco stoppino di una candela, erano scandite dal ritmo costante della sua penna d’oca: intingeva la punta nell’inchiostro, lentamente, come se avesse avuto tutto il tempo della notte, e poi, con infinita tranquillità, disegnava lettere sul foglio, fregando l’amore e incatenandolo alle belle parole. Jaufré Rudel era convinto che quello fosse l’unico modo per vincere sul più nobile e bello dei sentimenti, l’unico modo per renderlo umano.

 

Qualche giorno prima di diventare soldato, Juafré accolse alla sua corte un poeta girovago. Essendo un suo simile, e mendicando un pasto, il Signore di Blaye non poté rifiutargli un tetto e un po’ di pane.

Cenarono insieme nella grande sala, lontano dalle guardie, dalle dame bellissime di cui il poeta si innamorò subito, dai cortigiani. Mentre pasteggiavano, Jaufré domandò:

-Ditemi, buon uomo, da dove venite?

-Dall’Oriente. Vedete, signore, i cristiani di Francia stanno combattendo gli infedeli, laggiù, insieme a tutti gli altri, e io mi ero unito alle loro schiere. Sono un poeta, e canto la gloria di Dio e dei suoi fedeli.

-Capisco… e come mai ora siete tornato a casa?

-Perché sono stato ferito, e ora non sono più capace di reggere uno scudo, o una spada.

L’uomo sollevò la sua mantella e mostrò un orrendo taglio che dall’ascella descriveva un arco fino al gomito. Le due labbra della ferita erano cucite insieme da un grosso filo sporco.

-Questa ferita me la sono fatta in battaglia. Sono tornato a casa per morire.

Jaufré annuì, sconsolato.

La cena proseguì fra racconti esotici e notizie dalla Francia. Ad un certo punto il poeta fu invitato a raccontare cosa avesse visto in Oriente, e la lunga serie cominciò da meravigliosi tramonti che indoravano i tetti, proseguendo per deserti infiniti e terminando con uomini vestiti in modo stravagante.

-E poi gioielli, e pietre preziose, signori bellissimi, dame stupende che si coprono il volto, una principessa che abita in un meraviglioso castello che dicono sia bellissima e per cui non bastano le poesie per descriverla; e poi ancora strade ampie, e i cieli azzurrissimi, il mare.

Il poeta proseguì ancora e ancora, senza essere fermato, perché Jaufrè, che era l’altro unico presente, non poteva farlo: era rimasto folgorato, incantato, dalla principessa bellissima, e per lui non esisteva più nient’altro.

 

Qualche giorno dopo la loro cena il poeta fu trovato morto nel suo letto. La ferita aveva fatto infezione, e tutta la polvere e le scomodità del viaggio fra l’Oriente e Blaye non avevano certo aiutato. Il corpo fu bruciato nel cortile interno: il fumo andò fino alle nuvole, fino a Dio, dove il poeta poté cantare per l’eternità la Sua gloria.

Jaufré, invece, dopo aver passato insonne ogni notte dalla cena di quel funesto giorno, decise di non provare neppure più a dormire. La sera del funerale, silenzioso, prese dei fogli e la sua penna d’oca e andò fino ai confini della sua proprietà, in campagna. Si sedette su un sasso e cominciò a scrivere.

Quando lo sorprese la mattina si stupì di ciò che aveva fatto: ai suoi piedi, ai piedi della roccia, si stendeva un mare bianco di fogli scritti, poesie su poesie su poesie, a non finire. Era come essere circondati da un esercito nemico, in balia del destino.

Ogni parola impressa su quei fogli, senza che Jaufré se ne rendesse neppure conto, era per lei e lei soltanto, la sua principessa nascosta e bellissima, la sua amata per sempre. Se una poesia non bastava per celebrarla, come aveva detto il poeta, forse milioni di poesie avrebbero reso il cuore di Jaufré così caotico e confuso da fargli dimenticare questo problema. Nella sua mente non c’era altro che un volto senza espressioni e occhi, un corpo meraviglioso senza curve né seni, una sagoma indefinita che era tutte le sagome, una donna che era tutte le donne. Dopo una settimana non riusciva più a dormire perché la sognava anche ad occhi aperti, dopo due settimane non mangiava neppure più perché era sazio solo di lei, dopo un mese non c’era gesto quotidiano che non fosse a lei dedicato. Era innamorato senza possibilità di resa, di un amore sconosciuto e lontano. Non resisteva oltre.

Qualche tempo dopo, quindi, ormai sconfitto da una passione inspiegabile e insensata, Jaufré si arruolò nell’esercito e partì per l’Oriente.

La sua nave salpò verso dove il sole sorgeva, ingoiata dall’orizzonte implacabile. Per giorni e giorni le vele furono gonfiate da un vento favorevole, e la penna di Jaufrè riempiva di parole i fogli che riempivano la sua cabina, volando come piume di qualche uccello esotico.

Quando la nave fu in prossimità della meta, o meglio, di quella che nelle coscienze di tutti quanti a bordo era la meta, Jaufrè ordinò di virare e prendere un’altra rotta. Il suo secondo ufficiale, piuttosto preoccupato, lo raggiunse in cabina e chiese cosa stava succedendo.

-Non andiamo alla crociata. Non io, almeno. Mi sbarcherete sulla spiaggia verso cui siamo diretti, e poi prenderai tu il comando, portando alto l’onore di Blaye.

-Mio Signore, solo voi potete portare alto l’onore di Blaye, e disertando la guerra non lo farete di certo.

-Io non diserto la guerra, io non parteciperò. Mi sono arruolato non per servire il mio Dio, ma solo per servire me stesso. Devo incontrare una persona.

-Chi, di grazia?

-Lei.

Jaufré indicò le centinaia di poesie che svolazzavano per la stanza, che si assiepavano sui mobili, che coprivano il pavimento. Il secondo ufficiale, molto disorientato e molto stupido, chiese:

-Chi?

-Lascia perdere, pensa ad eseguire i miei ordini.

L’uomo si inchinò, uscì e obbedì. Poi, siccome amava il suo Signore più di se stesso, quando fu ora di farlo sbarcare sbarcò con lui, e con loro tutta la nave. Disertarono la seconda crociata senza che nessuno se ne accorse e presero la via del deserto.

Quella sera, attorno al fuoco del loro bivacco, il secondo ufficiale chiese ancora a Jaufrè:

-Signore, chi è che stiamo cercando?

Il Signore di Blaye guardò l’enorme baule pieno di poesie che faceva trasportare da due suoi uomini, tutte le poesie che nella sua mente romantica avrebbe donato alla sua principessa nascosta nei meandri dell’Oriente per farsi amare, e poi disse:

-Una visione.

Il secondo ufficiale, irritato e ignorante, non chiese più niente.

 

Il drappello di uomini marciò per giorni, e i giorni diventarono mesi, e i mesi non finivano mai. Uno ad uno, chi per fame, chi per sete o fatica, morirono tutti. Alla fine anche Jaufré si ammalò, di una malattia che lo avrebbe condotto alla morte.

Erano rimasti in sei, da tutti che erano partiti, e il bivacco, che da dieci fuochi era formato all’inizio, veniva ora illuminato solo da una fiammella.

Il secondo ufficiale, che aveva preso il comando da quando Jaufré era ammalato, sedeva giorno e ogni notte al capezzale de suo Signore, attendendo la morte. Da quando infatti la malattia l’aveva colto, i suoi uomini avevano deciso di fermarsi fino a che non fosse guarito, in grazia di Dio, o morto per raggiungerlo.

Uno de soldati, il più superstizioso, pensò che la mortale malattia che faceva delirare Juafrè nel cuore della notte fosse una punizione divina per non aver servito il Signore nella guerra. Il secondo ufficiale non condivideva ciò, ma dopo una settimana di febbri e visioni, Jaufrè morì.

L’ultima cosa che vide, annebbiata dai suoi occhi che si stavano spegnendo, fu una donna. Era avvolta in un velo, ed era bellissima, proprio come nei suoi sogni e nelle sue poesie. Non riuscì a capire chi fosse, né si domandò perché fosse lì, in un accampamento militare in mezzo al deserto. L’unica cosa che pensò fu che era davvero bella, e morì sorridendo.

 

I cinque soldati rimasero ancora qualche giorno fermi lì dove il loro Signore era morto. Le gesta di quegli uomini erano diventate famose, in quelle terre, e nelle settimane successive un’interrotta processione di gente raggiunse il luogo in cui il corpo di Jaufré stava bruciando, porgendo le sue scuse a Dio e chiedendo misericordia per il suo amore.

Il secondo ufficiale prese in disparte un uomo qualunque e chiese chi erano, e cosa volessero.

-Ma come, voi siete un suo uomo e non sapete dell’impresa di Jaufré Rudel?

-No, non ci hai mai detto niente.

-È strano, perché qui lo sanno tutti. Qualcuno deve aver sparso la notizia, forse dalla Francia. Prima di partire Juafré deve averne parlato con qualcuno, non di certo con chi lo doveva accompagnare, o non l‘avreste mai seguito. Forse questo confidente partì a sua volta, e venne a sentire di un tizio che vagava per il deserto invece di combattere, forse ha confessato. In ogni modo egli stava cercando una bellissima principessa che non aveva mai visto, e di cui si era perdutamente innamorato.

Il secondo ufficiale annuì piuttosto perplesso, poi andò a sedersi sul baule segreto del suo Signore. Mentre era lì che pensava, forse illuminato da qualcosa di divino, aprì il suddetto baule trovandoci dentro un mare di parole. Lesse qualche poesia, comprese: sorrise. E improvvisamente fu chiaro perché il suo Signore se ne era andato sorridendo a sua volta, vedendo quella donna. Chissà dov’era, lei, ora.

 

I cinque uomini di Juafré Rudel rimasero presto in tre, poi in due quando tornarono a Blaye: uno di questi era il secondo ufficiale.

Portò le notizie alla famiglia e le ultime volontà del suo Signore, e quando ebbe adempito a questi due compiti sellò il suo cavallo e iniziò a cercare la donna che Jaufré aveva invano cercato. Se avesse saputo che quella donna nella tenda, l’ultimo volto che il suo Signore aveva visto prima di morire, era in realtà il Graal della loro impresa -il sogno- l’avrebbe fermata. Lei aveva trovato loro, ironicamente, e si erano persi ancora. Nell’impeto finale di un uomo senza più nulla quale era il secondo ufficiale, trovare quella bellissima principessa nascosta dalle poesie e dai fumi della notte era l’ultima –e l’unica- cosa da fare.

 

Morì, il secondo ufficiale, mentre si trovava sul Mar Nero, in riva al porto, stanco e malato. Non trovò mai la donna tanto agognata perché si era reclusa in un convento dove nessun uomo poteva entrare mai, disperata per non essere venuta a sapere prima di un uomo che l’amava senza conoscerla, senza averla vista, che le aveva dedicato migliaia di parole e che lei, lo sapeva, avrebbe amato a sua volta con tanta passione e sentimento.

L’avesse saputo, il poveretto, del convento, non avrebbe viaggiato tanto. L’avesse saputo, Jaufré, del convento, avrebbe pianto.

Annunci
Il soldato malato e la principessa nascosta

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...