Chi soffoca sotto i mattoni

Prévert è uno dei miei poeti preferiti, soprattutto quando parla d’amore. Nella prima raccolta antologica che lessi trovai una poesia dal titolo “La canzone del mese di maggio”, che parla dello scorrere del tempo, della morte che prende il posto della vita e dell’amore che sovrasta entrambe, vera forza generatrice e distruttrice. Ora, siccome ho imparato da Hugo Pratt che le poesie sono una sequenza di immagini, questa in particolare mi fece venire in mente un sentiero in mezzo alla campagna, magari in terra battuta e magari nel Medioevo, con un vecchio re e un asino moribondi che stavano fuggendo da chissà cosa, accompagnati da uno stalliere senza nome come senza nome e identità è la voce narrante nella poesia di Prévert.

E’ così che è nato questo racconto, in cui lo stalliere racconta in prima persona, come nella poesia, la loro avventura: un racconto che spiega perché “io l’asino e il re / saremo morti domani”.

 

“L’asino il re ed io/ Saremo morti domani/ Di fame l’asino/ Di noia il re/ E io d’amore”

Jacques Prévert, “Poesie”

 

 

 

Quando abbiamo perso la guerra, il castello fu completamente bruciato come una torcia nel cuore della vallata, che tutti hanno visto e ammirato stupiti, come incantati: la magia del fuoco e della paura che fa stare fermi e immobili, dicevano; io ho detto solo che era meglio andarsene, finché si era in tempo, e così ho preso il mio asino dalla stalla e mi sono incamminato lungo la mulattiera che porta verso Nord, verso il confine -me ne sono andato a malincuore, certo, ma era già tutto perduto: ho lasciato alle spalle tante cose bruciate, in quell’incendio, che volevo solo salvarmi la vita.

A castello ero un semplice stalliere, l’unico, e lo scudiero del Re in tempi di guerra; la mia vita si barcamenava come ubriaca fra l’osteria e la stalla, dove avevo sistemato un pagliericcio come letto; ero poverissimo, con gli stessi vestiti per tutto l’anno e la stessa triste faccia stanca: l’unica cosa positiva della mia vita era l’amore per la bellissima Lady Rowena, la dama del castello, inavvicinabile -per dire, io l’ho vista solamente una volta, in tutta la mia vita, e ovviamente me ne sono innamorato, perché non si poteva fare altrimenti con una stella come lei, e per sempre ho immaginato come sarebbe stato farci l’amore, come sarebbe stato vederla nuda, o accarezzarla, a volte sono arrivato perfino a immaginare come mi sarei sentito se lei avesse fatto scorrere le sue dita sul mio petto irsuto, o le sue mani lungo i miei fianchi; sognavo di baciarla, di farci l’amore leggermente come se non dovessimo farci male, e ogni notte i miei sonni erano tutti per lei. Il problema è che un povero stalliere come me non può certo aspirare ad una come lei, così altolocata e stupenda, perciò l’ho sempre amata in segreto e in silenzio, ma la verità è che lei, senza aver mai fatto niente fisicamente per me, mi ha reso felice.

Purtroppo l’incendio si è portato via ogni cosa, abitanti compresi, e Lady Rowena, così come ho sentito dire dalla gente che scappava con me lungo la mulattiera, è precipitata dalla sua torre avvolta nelle fiamme, non riuscendo neppure a toccare terra che già era cenere -una morte bellissima, come una stella cadente: non sono un poeta ma certe cose belle le vedo anch’io. In ogni modo, privato del mio amore, ho camminato e cammino ancora lungo questa mulattiera merdosa e infinita col mio asino e il Re bastardo, perché l’ho trovato mentre ero già fuori dal paese, seduto per terra e avvolto in un mantello logoro e scuro, che implorava aiuto. Nessuno lo riconosceva, o perlomeno nessuno si fermava: del resto, il castello bruciava a causa della sua guerra, perché come sovrano è stupido e ha voluto attaccare il Regno confinante senza un esercito decente o un barlume di speranza: il popolo sopravvissuto stava scappando e col cavolo che lo avrebbero preso su, da quella strada -la stessa cosa l’avrei fatta anch’io, ma in quanto suo scudiero mi riconobbe, e non potei fare diversamente che raccoglierlo.

E così sulla mulattiera siamo io, il mio asino e il Re, uno più distrutto dell’altro: dei tre, solo all’asino voglio bene.

 

Ci siamo seduti attorno ad un bivacco e abbiamo mangiato quel poco che sono riuscito a portarmi dietro, cioè un tozzo di pane, mezzo fiasco di vino e un po’ d’uva: il problema è che la carestia dilaga un ovunque, in questo e negli altri Regni, e non c’è modo di uscirne se non facendosi guerra e conquistando terre per sperare di trovare grano e bovini: noi, per esempio, ci abbiamo anche provato, ma il Re ha perso, il Re che è qui con me, vecchio, malato, triste e disperato, che non credo sopravvivrà a lungo -in realtà credo che nessuno di noi sopravvivrà a lungo: l’asino è debole e affamato perché il poco cibo lo usiamo io e il mio sovrano per sostentarci, io sono molto abbattuto per Lady Rowena e per il gramo destino che mi attende se dovessi sopravvivere a questo pellegrinaggio senza speranza e il Re è così mal ridotto che sembra già morto.

Mentre mangiamo mi accorgo con orrore che spartendo le poche provviste in due non ce ne sono più per la sera: dopotutto, il Re non era nei miei piani, ma del resto è pure vero che i nostri nemici sapevano della mancanza di cibo -nessuno di noi ne aveva, anche le dispense della corte languivano-, e sapevano che la maggior parte dei morti li avrebbero fatti la fame, la malattia e la disperazione successiva alla sconfitta: cadono e sorgono Imperi e Regni ogni giorno, nel mondo, ma non contano tanto i mattoni crollati quanto chi soffoca sotto ad essi.

 

Abbiamo passato la notte, siamo sopravvissuti sotto alle stelle e sotto il freddo, tremando e disperandoci; il Re non parla, forse perché teme semplicemente di aprire la bocca, visto il baratro in cui ha condotto tutti noi, oppure semplicemente perché è troppo vecchio, troppo stanco e troppo malato, consunto dalla sconfitta, per farlo; l’asino, mentre la mattina sorge da dietro le colline, mi accorgo con orrore che è morto, forse nel sonno, spero per lui, consumato nello stomaco dalla fame -se fosse morto da sveglio, durante la notte, avrebbe certo sofferto: mi auguro per lui che il suo trapasso sia stato veloce e indolore. In ogni modo, ora abbiamo della carne, ma non un coltello per tagliarla: tanto cibo e neppure un boccone da mangiare.

Il Re dorme ancora, annoiato e deluso, la corona rotta che non brilla più. Lo guardo e lo riguardo, chiedendomi come il potere sia corrosivo e corrotto -per fortuna che sono… o ero, un semplice stalliere, a volte scudiero, ma comunque un plebeo qualsiasi, che ha problemi qualsiasi, e che non deve decidere la sorte di un popolo intero. Mentre ragiono di ciò, mi rendo conto che il Re non respira più, che non si muove: anche lui è morto nel sonno, o forse, più dolcemente, nel dormiveglia dovuto alla noia, al dolore e alla stanchezza -accorgendosi che stava morendo si è addormentato.

I miei pensieri sono rivolti a Lady Rowena, e penso a lei anche se penso ad altro, e il Re e l’asino sono morti uno dopo l’altro, consumati da tutta questa fame e questa guerra, dalla stanchezza e dalla fuga, dalle condizioni massacranti e dalla poca voglia di ricominciare; alla fine, io, senza più Lady Rowena da guardare di nascosto, morirò presto: io l’amavo, era l’unico motivo per cui mi svegliavo la mattina, ed ora che è bruciata come è bruciato il mio amore, sono troppo… stanco, per fare altro. Per reagire. Credo di star per morire anch’io. Anzi, credo proprio che sto

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