Lang Shining, gesuita e pittore

Tempo fa lessi un libricino sull’arte cinese e, fra le mille nozioni e i mille artisti elencati, mi colpì la storia di un gesuita europeo, Giuseppe Castiglione, che, trasferitosi in Cina, prese il nome di Lang Shining e cominciò a dipingere.

Nello stesso periodo lessi Sogni di altre sogni di Tabucchi (che è uno dei pochi scrittori che non idolatro a lasciarmi, ad ogni libro, sempre qualcosa). Sogni di altri sogni, prima di leggerlo, mi sembrava il libro più bello del mondo; dopo averlo letto non più così tanto, ma l’idea di fondo, cioè descrivere i sogni di vari artisti e personaggi, spesso rivelatori di tutta una vita, era comunque meravigliosa.

Unendo la storia quasi inventata di Castiglione e la metodologia di Tabucchi è venuto fuori questo raccontino.

 

 

“E stringendo il cuscino si girò dall’altra parte e continuò a sognare”

Antonio Tabucchi, “Sogno di sogni”

 

 

 

Nel 1709 Giuseppe Castiglione divenne gesuita e missionario, perché questa era la vocazione che sentì dentro il cuore, ma da sempre era un pittore che si dilettava con semplici opere senza troppe pretese. Qualche anno più tardi -era il 1795-, tuttavia, cambiò completamente prospettiva all’indomani di un sogno.

Quella sera aveva forse mangiato pesante o era indisposto già dalla mattina, quando la pioggia lo aveva sorpreso nell’orto rovinandogli le ore e i lavori successivi, ma in ogni modo sognò un ippopotamo -un ippopotamo enorme, grigio pietra, che dondolava come un vecchio elefante che non aveva fretta di andare a morire. I denti, grossi come colonne di un tempio greco, brillavano come tante lune nell’arco della sua bocca. L’ippopotamo camminava lento, bagnato da chissà quale fiume, e stava andando verso il sole nascente, verso l’alba: Giuseppe Castiglione, che stava sognando e non era fisicamente presente, capì che si trattava dell’alba perché aveva visto troppi tramonti, nella sua vita, per sbagliare, e di certo quello non lo era. L’ippopotamo camminò, e camminò, e alla fine sparì nel sole: Giuseppe lo vide allontanarsi come se lui fosse in cima ad un’altura, e alla fine abbassò lo sguardo e vide le sue mani, bianche e ossute -e vide l’altura-, e capì che ciò che aveva pensato per qualche strana combinazione fra sonno e inconscio era diventato reale -per quanto reale possa definirsi un sogno e tutto quanto. Giuseppe Castiglione scese dall’altura con passi agili e veloci -perché in un sogno queste cose accadono-, e in tutta fretta cominciò a correre e a correre verso il sole, là dove era andato l’ippopotamo -perché un ippopotamo, poi, in tanti anni, Giuseppe non se lo seppe spiegare mai. Camminò e camminò fino all’alba, Giuseppe, e la raggiunse entrando nel sole e beandosi di tutta quella luce e di quel calore mattutino, tiepido come un asciugamano caldo; e mentre l’estasi lo gratificava vide un drago -un enorme drago rosso coi baffi-, sorgere da un giardino estivo con tutti i fiori del caso. Il drago era immenso e non finiva mai, e si accoppiò con passione e inspiegabile amore insieme ad una regina, una donna bellissima ornata di gioielli e pietre preziose, e il figlio che nacque subito dopo era un bellissimo bambino con tutte le grazie del mondo -era una festa, una canzone, un quadro a metà fra tradizione e barocco.

 

Giuseppe Castiglione si svegliò di soprassalto, quasi come da un incubo. Per tutta la mattina fu irrequieto e impaziente, poi fece i bagagli, alla sera, e la mattina successiva, dopo una notte di cui scordò tutti i sogni, partì per la Cina.

Chiunque, per strada, dopo una conversazione più o meno lunga gli chiedeva il nome, egli rispondeva sicuro:

-Lang Shining, signore.

E proseguì fino ad entrare nel sole.

 

 

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