Olio su tela; E d’arte e d’amore, ovvero di quando impazzii – 15

Nel 1919 ero con Renoir quando se ne andò: fu una circostanza davvero buffa.

In quel periodo ero molto disperato: troppo amore negli altri e niente per me -che magari lo avrei anche accolto, ma non ce n’era, solo lei mi diceva che ero bello e che voleva innamorarsi di me… Diavolo: non lo fece mai.

Mentre me camminavo e vivevo senza soluzione, mi imbattei in un caffè dove cantavano e ballavano: il motivo era semplice: c’era Misia, là dentro, la regina della Belle Epoque, la musa di Toulouse -una delle tante-, la donna che tutti volevano. Stava danzando con un tizio, un uomo alto e vecchio, e ridevano come bambini.

Mentre assistevo alla festa, o a quel che era, arrivò un uomo di corsa, andò da Misia e le disse che Renoir stava morendo. Proprio così:

-Renoir sta morendo.

La gente se ne andò, mogia mogia, e Misia stessa abbassò il capo.

Conoscevo Renoir, amavo la sua pittura frenetica e piena di vita e di gioia -tutte cose che io non avevo-, e che potesse morire sembrava inconcepibile. Il gruppo si sparpagliò: uno di qua, uno di là; io seguii Misia: volevo esserci anch’io, con Renoir.

 

Mentre salivamo verso casa sua, in processione come per rendere omaggio, sentii dentro come un vuoto: capii che la vita va vissuta, nonostante tutto, e poi pensai a lei, e capii che no, senza di lei non ne valeva la pena.

Quando entrai nella stanza vidi una scena particolarmente curiosa: Renoir stava dicendo ad un ragazzotto come fare per scolpire una statua: il maestro dava le indicazioni e il ragazzo, un tale Richard Guino, eseguiva.

-Abbozza là, togli lì…

E via così.

La statua era di Renoir, ma le mani di Guino: una cosa davvero strana, ma del resto il povero Auguste era paralizzato a letto, e non poteva muoversi. Sapeva anche che stava arrivando la fine, infatti quando vide entrare tutte quelle persone sorrise, ringraziò, e disse che la sua morte non era uno spettacolo, ma ormai… Sembrerebbe assurdo, ma eravamo davvero tanti. Non notò me, però, che non conosceva, né altri che forse erano lì per caso. Chiese un pennello -fu estremamente romantico-, prese un foglio e cominciò a disegnare a fatica, poveretto. Non seppi cosa stesse disegnando, ma Misia gli disse qualcosa, e lui rispose:

-Cara Misia, sei bellissima anche attorno alla morte. Se Dio non avesse creato i seni della donna, non sarei mai diventato pittore. Grazie.

E alla fine, dopo aver tracciato un paio di linee, sorrise e disse:

-Credo di cominciare a capirci qualcosa.

E tac: s spense come una lampadina: fine: Renoir se ne andò da questo mondo facendo ciò che più amava: dipingendo. Non si può dire di tante persone la stessa cosa. Chi è così fortunato da morire facendo la cosa che più gli piace? Quasi nessuno. Conobbi gente che se ne andò mentre faceva l’amore, è vero, e ne fu felice, altra ancora che morì in guerra perché questo era il loro sogno, l’ideale per cui era giusto farlo, ma la maggior parte delle persone, però, se ne va in modi che non vorrebbero: troppo vecchi per il proprio corpo, troppo malati o troppo soli; altri, semplicemente, troppo lontani da qualunque sorriso. Renoir, che faceva il pittore, morì nell’unico modo che poteva sognare: stringendo nelle mani un pennello.

E anch’io, tac, capii: sarei morto, senza di lei, senza di lei che era l’unica cosa che avrei voluto fare mentre morivo; senza di lei che avrebbe pianto per me, oppure avrebbe pianto ma non su di me come avrei voluto: non desideravo altro che lasciarla vedova o che lei lasciasse vedovo me, per piangere eternamente dell’amore più bello del mondo.

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