Olio su tela; E d’arte e d’amore, ovvero di quando impazzii – 14

La parte più dolce di tutta la mia storia fu quando incontrai Modigliani; ero tornato a Parigi -per restarci fino al 1926; tanto tempo, quasi dieci anni, e in dieci anni succedono tante cose, cambiano tante cose, e per dire il vero di cose ne sono successe e cambiate, ma l’amore per lei no, questo mai, e anche dopo aver incontrato Modigliani, anzi, proprio perché incontrai Modigliani, l’ho cominciata ad amare ancor di più.

Di tutti quegli anni ricordo solo due cose. Una è una coppia che faceva l’amore in strada, sotto una grondaia, mentre pioveva: io dalla finestra della mia stanza vedevo la pioggia cadere, e dovettero aver pensato che Parigi quando piove è così romantica che ne valeva la pena: tutti i posti sono più romantici, con la pioggia; la pioggia stessa è romantica, e loro due erano così belli, nudi e coperti da uno straccio sotto quella grondaia che li lavava. Non sentivo ansimare, né piacere sommesso, solo lo scrosciare della pioggia che sembrava andare a ritmo con il corpo di lui che si alzava e si abbassava su di lei, come per proteggerla e farla respirare. Erano dolcissimi. La seconda cosa, invece, fu quando un giorno, mentre passeggiavo, ascoltai per caso un’artista di strada: aveva una fisarmonica, era vecchio, vecchissimo, e suonava stando seduto; la punta delle sue scarpe era rotta e due ditoni grossi così si sporcavano con la strada; il viso scarno, rugoso, era ferito dall’amore, si vedeva -poveretto, chissà quale donna bastarda doveva aver avuto. E mentre insomma l’osservavo mi resi conto che stava suonando una canzone che io conoscevo, che conoscevo tanto bene: era la canzone che io e lei ascoltavamo sempre; o meglio: che io le dedicai. Avevo un sogno: dedicare quella precisa canzone alla donna che sarebbe stata quella della mia vita, solo a lei, e quando la conobbi non ci pensai neppure, e gliela dedicai senza dirmelo, in segreto, automaticamente trasformandola nella donna della mia vita. Per anni non l’ascoltai più, dopo che mi aveva lasciato così, dal nulla, ed ora la stavo riascoltando, per strada: quante probabilità c’erano? Mentre la folla di Parigi passava, io piangevo come un bambino. A chi mi chiedesse perché piangessi rispondevo:

-Niente di che, mi è entrato un ricordo in un occhio.

 

E poi incontrai Modigliani. Era davvero un bohemien, l’ultimo: anacronistico come un calesse. Era bello, italiano, con quel ciuffo e il mento; faceva dei quadri che erano poesie senza parole e con molto colore, di quelli che li guardi e ci riconosci la tua donna -in almeno un paio riconobbi lei, e l’amai sempre di più.

Il povero Amedeo mi raccontò essere cagionevole di salute, e che per il suo temperamento dicevano essere tutta grazia e tutta collera, un mostro ubriaco, un porco e una perla; a dirgli questo fu la sua donna, una giornalista inglese che forse era rimasta toccata negativamente da questo pittore così scapestrato da essere bellissimo: ma come si fa a non amare uno così?

Lo incontrai in un caffè, il pomeriggio del giorno in cui ascoltai quel vecchio e la canzone; stavo ancora piangendo, lui se ne accorse e venne a sedersi vicino a me: mi chiese cosa avessi che non andasse, e io gli confessai -e sentii di poterlo fare- che speravo ancora che lei tornasse da me. Lui mi disse:

-Il tuo unico dovere è salvare i tuoi sogni. Un giorno, magari, tornerà.

Io sorrisi, mi rilassai, poi cominciammo a parlare di varie cose, varie storie nostre. Mi raccontò di essere un pittore, di disegnare nudi, e che da lì a poco avrebbe esposto la sua prima personale: rimasi estasiato, soprattutto quando mi raccontò delle sue donne, del suo amore. Passammo insieme tutto il giorno e verso sera, quando il tramonto indorava le finestre, mi portò a vedere il suo studio: riconobbi lei in due o tre quadri -mi innamorai-, e mi resi conto di come non c’era una perfezione stilistica canonica, in quelle tele, ma solo la soggettività dell’artista e la bellezza dell’anima. Non importava la proporzione: c’era l’assoluto, in quelle curve, ed era tutto fatto d’amore eterno.

 

Venni a sapere, tempo dopo, che la sua prima mostra di cui mi parlò fu un vero disastro: la stazione di polizia, proprio di fronte alla galleria, vomitò fuori il commissario che rimase scandalizzato da tutte quelle oscenità, facendo chiudere tutto immediatamente. Povero Amedeo; rimasi frustato di come avessero chiamato oscenità la mia adorata lei, il mio amore. Pazienza.

Amedeo morì perché malato, lessi in un giornale, e sua moglie, la sua donna, si lanciò dalla finestra per la disperazione, uccidendo lei e il figlio che portava in grembo, lasciandone orfano un altro. Ecco: questo è l’amore. La parola “amore” significa qualcosa come “non-morte”, o “tu non morirai”… Bene: dovesse capitare, e dovesse esserci amore, anche l’altro deve morire, perché questo significa amare. O almeno significa: essere disposti a morire per un’altra persona, regalare l’unico vero dono che si ha per qualcun altro. Io, per lei, lo farei; anzi, l’ho già fatto: sono ridotto a una disperazione che cammina.

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