Olio su tela; E d’arte e d’amore, ovvero di quando impazzii – 13

A volte capita che la gente esca dalla guerra fisicamente ma non mentalmente, e quando succede si impazzisce: come per l’amore: non c’è differenza fra l’amore e la follia: ecco forse perché proprio lì, in quella clinica, capii meglio l’amore -in realtà fu una concatenazione di eventi assurdi che mi portò, alla fine, a conoscere Giorgio, Giorgio il matto, l’uomo che parlava con le ombre e i ricordi, ma quando tornai in Francia la guerra e quell’esperienza mi avevano cambiato.

 

Il treno mi portò attraverso l’Italia, verso Sud, verso il mare, lo stesso che Rimbaud aveva attraversato per fuggire da una società che odiava -potevo fare la stessa cosa, in effetti: dopotutto, un po’ poeta che aveva per sempre smesso di scrivere lo ero anch’io; potevo andare a contrabbandare armi in Etiopia: là di amore ce n’era poco.

Scartai l’idea quando, all’altezza del fiume Po, sul treno salì un disertore, uno dei tanti pazzi, uno di quelli che la guerra aveva fatto uscire di senno: uccise un passeggero senza neppure guardarlo, sparandogli in testa, a bruciapelo, senza pietà; poi, brandendo la pistola come fosse una bandiera, si avvicinò ad una donna, una povera signora di mezza età senza amore e senza marito, una zitella sola e inconsolabile come una vedova -lo si capiva dalle movenze e dalle troppo ore di chiacchierata fatte con la vicina, una ragazza che senza dubbio, come a tutti gli altri, non importava niente di sapere com’era bella Firenze a luglio-, e le piantò un proiettile fra il naso e la bocca, rendendola muta purtroppo per sempre. Era davvero fuori di sé, quel poveretto, non c’era speranza per lui: anche l’Inferno era troppo clemente per la sua anima folle e dannata. Alla fine, comunque, un militare in licenza riuscì a disarmarlo, restando ferito ad un braccio e ad una gamba.

Fecero scendere tutti quanti dal treno, in mezzo alla campagna, e mentre le autorità cercavano di fermare il pazzo, questi prese una pistola dalla cintola di uno dei carabinieri e sparò a vanvera, senza curarsi di nulla, e una pallottola mi sibilò sulla testa, facendomi cadere all’indietro: colpii un sasso, svenni -potevo anche morire, a pensarci-, e quando mi ripresi non sapevo più dire il mio nome, né da dove venissi. Era tutto limpido, tutto in ordine, nessuna amnesia da romanzo d’appendice: solo, davvero, era rintronato come quando si dorme per anni sotto le campane.

 

Mi portarono in un ospedale lì vicino, un raduno di matti, fuori di testa e tocchi: fu lì che conobbi Giorgio e presi consapevolezza dell’aspetto più importante dell’amore, e di cosa, in realtà, sia.

Passai in quella clinica circa un mese: lo fecero perché davo i numeri, ero fuori di me: beh, bisognava vedermi: farfugliavo, non capivo le cose, non sapevo più parlare…. Una gran bella botta in testa, non c’è che dire. Fortunatamente mi passò in fretta e, nonostante quel centro psichiatrico fosse esagerato, non fu così male: a parte magari le cure, o qualche medico antipatico, la conoscenza di Giorgio fu senza dubbio fondamentale.

Giorgio era un pittore -Giorgio De Chirico-, e avrebbe inventato la metafisica, praticamente, e quando cercò di spiegarmi cosa fosse, questa metafisica, all’ombra dei mandorli del giardino, mi parlò di manichini, inquietudine e attesa.

Attesa: lì capii, perfettamente, cos’era la metafisica: amore. Perché, discutendo con lui, arrivai a spiegargli che l’amore è attesa, solamente quello, limpidamente. Mi raccontò come nei suoi quadri volesse infondere una certa sensazione di imminente pericolo, o comunque di qualcosa che deve accadere, ed era un genio, in questo, perché era disegnare cose che sulla tela non ci sono in quanto devono ancora accadere -un po’ come i neoclassicisti che dipingevano l’attimo prima dell’azione, come l’”Amore e Psiche” di Canova, che non si stanno baciando ma siccome Canova è un genio si capisce che stanno per farlo, in pratica lo fanno già, ecco. De Chirico, rappresentando quest’attesa, usava colori scuri, e ombre, e tutto risultava inquieto e pauroso… fu per quello che alla fine gli dissi:

-Ah, in pratica dipingi l’amore.

E mi sorpresi quando lui rispose:

-In un certo senso, sì.

E ridemmo insieme di questo.

Quella sera, nella mia stanza, al buio, guardai la luna far capolino da dietro una nuvola: una bella luna piena; aspettai tutta notte che uscisse completamente, e mentre aspettavo pensai proprio all’attesa, e a tutto quello che è l’amore in questo senso: pensai che io, il mio amore grande -che chissà dov’era in quel momento-, l’avevo aspettato tanto, e qualunque sofferenza e attesa avessi dovuto affrontare nel frattempo non mi importava: era lei che cadeva, alla fine, nelle mie braccia, lei che, alla fine, era mia; ogni singolo minuto di inquietante attesa, oscillando fra il “verrà da me” e il “non verrà da me”, veniva sempre ripagato dall’amore e dal sorriso di lei quando la vedevo: era tutto perfetto, e l’attesa diventava altro, altro di più bello, ed era tutto lì, il meccanismo: quando lei se ne andò si inceppò o prese a girare a vuoto, ed ora l’aspetto ancora.

 

Me ne andai da quel luogo che stavo meglio, più consapevole, a guerra finita: salii sul primo treno per Parigi e tornai a casa; tornai da lei.

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