Olio su tela; E d’arte e d’amore, ovvero di quando impazzii – 12

Decisi che era troppo: troppa morte, troppa sofferenza, troppa guerra; anche il cielo sembrava non volerne sapere più di aprirsi, sempre nuvoloso e collerico. Senza farmi vedere, quella stessa notte salii su un’automobile diretta chissà dove per i rifornimenti, rimasi a bordo fino a che non fui in aperta campagna e presi le vie dei campi. Raggiunsi la Svizzera, verde e pura, con il sole e le montagne e senza guerra; finalmente: senza guerra.

Zurigo. Vagai per la città disperato: mi resi conto solo allora di come per tutti quegli anni avevo girato senza soldi, facendo piccoli lavoretti veloci, cose da nulla, solo per permettermi quei pochi spiccioli per mangiare e dormire in un letto tutto sommato decente: ero un barbone, un barbone vero e proprio, che girava, sì, in maniche di camicia e con bei pantaloni scuri, ma pur sempre un poveraccio con un certa classe da poeta diseredato, disperso come un’asse di legno all’indomani di un naufragio.

Entrai in un caffè: avevo bisogno di sedermi, bere qualcosa magari, e quello era il primo che vidi. Forse sbagliai, forse non era propriamente un caffè: fu un po’ come entrare in un regno di favole, se può aiutare a capire, un posto che finché è circoscritto da fuori può anche sembrare normale; fu un caso, comunque, un’assurdità nel continuo tempo della mia vita assurda, il caffè “Voltaire”.

Dentro: apocalissi e magie. Su un lato, seduti ad un tavolino, due uomini parlavano fra di loro con lingue arcaiche fatte di versi gutturali e suoni remoti; dall’altro lato un uomo stava scrivendo qualcosa sul tavolo, come se un’illuminazione improvvisa lo avesse colto in un momento privo di carta. Esterrefatto da quel luogo così ameno, tentai di raggiungere un tavolino appartato dove restare in pace per un po’: vano tentativo: dadaisti, la peggior calamità irrazionale in un mondo logico o presunto tale.

Hugo Ball si alzò dal tavolo: era proprio un bell’uomo, nel suo abito scuro; lasciò l’altro tizio, quello con cui recitava versi assurdi, e venne da me. Si presentò.

-Hugo Ball, piacere.

Fu così che venni a conoscenza del suo nome. Dissi il mio, timido, e Ball sorrise dicendo:

-Cosa ti porta a Zurigo?

-Un amore.

-Lo sei venuto a trovare?

-Ne sto fuggendo.

-Allora a Zurigo non troverai pace: qui d’amore ne parliamo spesso, è l’unica cosa che ci resta. La guerra, bastarda, ci sta portando via tutto.

Parlammo ancora a lungo, io e Hugo Ball, e mi raccontò di come lui e gli altri del gruppo erano tutti disertori e reticenti alla guerra, gente pacifista o troppo impaurita per combattere. Si radunavano lì, al caffè “Voltaire”, per parlare di poesie, arte e amore: le uniche cose rimaste, le ultime da distruggere.

-Vedi,- disse Ball -questa guerra è il risultato di una politica e di una società sbagliata, la stessa società che ha prodotto l’arte e la poesia che finora abbiamo conosciuto: se non vogliamo più guerre, bisogna eliminare la società in ogni sua accezione, anche nell’arte e nella poesia. Chiamaci rivoluzionari, distruttori, chiamaci geni: chiamaci dada, non importa. Siamo noi gli unici sani.

Annuii, perplesso.

-E l’amore?- chiesi. Così, inconsapevolmente: e l’amore?

-L’amore resta perché di donne ne abbiamo e ne abbiamo avute… È tutto un caso, se ci pensi. Non crucciarti: potevi nascere a New York e conoscere una donna molto migliore di quella da cui fuggi. L’amore è come l’arte: figlio di falsi valori.

Restai zitto, sorrisi piano: non condividevo questa visione così generalista dell’amore: io amo, so di amare, so che il mio amore è talmente forte che non riesco ad immaginare altro… Altre donne migliori, sì, potrebbe anche essere: ma io una amo, ora, e l’amerò per sempre. Che senso ha parlare d’altro?

 

Lasciai il caffè “Voltaire” quella sera stessa: restai a Zurigo fino alla fine dell’anno senza tornarci più. Campai con piccoli lavori, pochi pasti e tanta tristezza: quando fui troppo stanco e troppo vicino ad una morte per consunzione, presi un treno e tornai in Italia.

Ero così abbattuto, così solo, che pensai era forse meglio cercare, facendo finta di niente, di prendere una pallottola in testa come Antonio, e andarmene, piuttosto che vivere, delirando disperato.

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