Olio su tela; E d’arte e d’amore, ovvero di quando impazzii – 11

Poi arrivò un tizio a fare del casino. Ora, ci sono incidenti o azioni da nulla che complicano la vita di poche persone e tutto va bene, più o meno -o finché il danno resta circoscritto, ovvio-, ma questo tizio mise nei guai tutto il mondo: era il 1914 e fece scoppiare una guerra; o meglio: traboccare un vaso già pieno -si sapeva che le grandi Nazioni europee avevano dei problemi le une con le altre, economicamente e politicamente parlando, e si sapeva che nonostante il clima di benessere che aleggiava in tutto il continente, le tensioni di fondo cominciavano a diventare insopportabili: alla fine, bastò una pistola, un ragazzo e una cosa da niente, un’inezia: con una pistola si può andare a caccia, esercitarsi o uccidere un uomo, un uomo importante, anche, un erede, magari, un tipo che in tutta Europa contava più di una Nazione: un colpo, pulito, geometricamente studiato, e il mondo sprofondò in guerra.

Io, un po’ inconsapevole, mi trovai accerchiato da eserciti in marcia e fuochi incrociati: non avevo idea di come uscirne, da quell’inferno, non avevo idea di come ci ero capitato: tutto era stato velocissimo, i confini mutavano da un tramonto a un’alba. Non capivo, non volevo capire.

La guerra. Tutto sommato si combatte dagli albori della civiltà e ancora da prima: se davvero Darwin ha ragione -e come potrebbe non averla, alla luce di tutto?-, gli uomini derivano dalle scimmie, più o meno, e solo alcune di esse sono riuscite a sopravvivere perché più intelligenti e più cattive: lotta per la vita, insomma: il più forte vive, il più debole muore e se va bene viene mangiato. La guerra esiste da sempre, da quando esistono gli esseri viventi: anche un duello fra due dinosauri era una guerra: un valzer solitario, certo, e non un’orgia di elmi e baionette, ma comunque una battaglia aspra che decretava morte e vita, gloria e fango -che brutto modo per scegliere chi deve governare, o semplicemente dettare le sue idee per plasmare in un certo modo il mondo: Romani, Persiani, Mongoli, Cinesi, e poi l’Impero Asburgico e la potenza coloniale inglese, l’America…. e sopra ognuna di esse un uomo che comanda ad altri più piccoli di uccidersi, di sacrificarsi: non c’è niente di eroico nel morire in guerra, niente bellezza: solo sangue, e terra, solo morte e una tomba su cui piangere per sempre.

Quando scoppiò la Grande Guerra decisi che non potevo certo starmene a Parigi, la capitale di una delle Nazioni che contendeva il campo di battaglia con le altre: presi il treno, me ne andai, raggiunsi la Costa Azzurra. Pensai bene che contro ogni eventualità era saggio fuggire in Svizzera, che non si sapeva mai, almeno era terra neutrale, e il modo migliore per farlo era andarsene a piedi, per evitare treni bloccati, assalti, conquiste improvvise, fronti mobili. Fortunatamente la guerra era cominciata da poco tempo, i treni interni alla Francia erano tutto sommato sicuri: non ci volle molto a raggiungere Nizza. Qui, ammaliato dal mare meraviglioso e dalla apparente tranquillità, lontano dal fronte a Nord, rimasi due anni, fino al 1916: due anni di guerra, due anni pesanti, ma in cui riuscii a stare lontano dal mondo, attorniato dalla mia tristezza e dal mio amore, alimentati da un conflitto epocale.

 

In quei due anni ebbi modo di conoscere la città, di vedere tanto mare da restarne ubriaco, accecato dal sole che si rifletteva sull’acqua ogni giorno per tutto il giorno; la guerra: una voce, lontana, che gridava, e io facevo finta di non sentirla: non volevo che mi distruggesse ulteriormente. Perché, sì, era facile decidere di buttarsi in mare, era tanto grande che chissà dove mi avrebbero ritrovato -forse in Grecia-; ed era tanto facile, per me, distrutto da un amore bellissimo e fomentato dalla guerra, madre di ogni depressione per chi non combatte -e anche per chi combatte, in effetti, ma va beh: quello che sapevo era che se mi fossi ritrovato in mezzo alla battaglia, o anche solo fra gente che l’aveva vista, la battaglia, o ai soldati, io… beh, io sarei crollato: morto; mi sarei suicidato, senza dubbio, l’avevo già deciso: era una cosa che mi allettava: più volte, dopo che lei se andò, provai l’idea di uccidermi, ma ogni volta rinunciai: con la guerra, con tutto il frastuono dei cannoni, sarebbe stato più semplice spararsi in testa, o decidere di annegare; sarebbe stato più lecito: per amore si suicidano solo i poeti.

Cavolo, anch’io sono un poeta: ecco, la guerra complica sempre tutto; l’amore anche: non potevano incontrarsi, era meglio restare a Nizza. Poi, si sa, il destino è cinico, e allora mi ritrovai al fronte.

Accadde che nel 1916 partii da Nizza per tornare a Parigi: il mare, tutte le belle donne che passeggiavano, i salotti…erano, sì, piacevoli ed effimeri, ma Parigi è pur sempre Parigi. Così ritornai, o almeno ci provai: capitò, infatti, che sbagliai treno e mi ritrovai, anziché diretto verso Ovest, lungo la strada che conduceva alle Alpi. Quando scesi mi resi conto di essere vicino al fronte -con così tanti soldati-, e probabilmente presero anche me per uno di loro -per un volontario, intendo-, e alla fine ero chiuso nella cerchia di fuoco della guerra -cavolo, non riuscii mai a spiegarmi come feci a sbagliare treno, forse il casino della stazione, qualcuno che urtandomi mi fece perdere l’orientamento… In ogni modo, così andò.

La prima cosa che notai fu la disumana condizione di quel luogo: tanti, troppi giovani che in fila salivano su automobili tristi e con esse si allontanavano verso la morte, a forma di montagna e paesaggio. Non capivo: perché, perché lo facevano? Erano giovani, molti erano davvero belli -alcuni biondi-, perché volevano sporcare di sangue e fango il loro bel viso? Che senso aveva, arruolarsi volontari per difendere una patria che era loro per un puro caso? Potevano nascere in Austria, tutti quei francesi, o viceversa, o addirittura in Africa… Certo, non sarebbero stati loro, ma perché le Nazioni? Perché alzare confini, a volte barriere fisiche, per tenere lontano altri uomini che sono diversi solo per un fatto culturale, per canoni dettati da altri prima di loro che la pensavano in un certo modo diverso? Perché nell’antichità i popoli si differenziarono ognuno per conto proprio, divisi da fiumi, a volte da foreste o da terre vergini inesplorate, chiamando così o cosà la medesima cosa, affidando alle leggende le medesime spiegazioni, inventando e producendo oggetti per soddisfare bisogni naturali e perfettamente logici per quanto strani, solo per questioni di comodità: dai fiumi ai muri, e per abbatterli perché fanno ombra sugli orti, le guerre; la Grande Guerra, e tanti giovani a morire. E io lì, in mezzo a loro. E con loro rimasi: mi caricarono di peso su un camion e mi ritrovai in Piemonte: ero in balia di qualcosa. Senza volerlo arrivai fino al fronte vero e proprio, lì dove i proiettili sibilano e la gente muore: il Carso.

Passai alcune notti fra l’erba e il fango, in buche scavate dai soldati per dormire, come fossero morti sepolti. Impaurito, mi nascosi all’ospedale militare: avevo sentito di gente che si feriva apposta per andare in licenza, cose lievi, che guarivano senza troppi problemi, ma gravi abbastanza da non essere più in grado di combattere: per quanto odiassi la cosa, pensai che forse era l’unica soluzione.

Fu mentre ero intento a scegliere quale via percorrere che arrivò un tizio ferito a morte, praticamente già nell’aldilà: lo guardai mentre lo portavano dentro una tenda: se ricordo bene piansi anche. Decisi di andare a vederlo morire, per capire meglio, se davvero ne valeva la pena… Non sapevo più nulla.

 

Si chiamava Antonio, era un architetto: uno di quelli che vedevano il futuro. Non costruì mai niente: un po’ non ne ebbe il tempo -stava morendo, poveretto-, un po’ perché le sue idee erano troppo geniali, troppo proiettate in un tempo a venire, che non potevano essere realizzate in quel periodo, con una guerra e tutto il resto. Sentii queste cose mentre delirava, mentre stava morendo: ero in disparte, nascosto nell’ombra, nascosto da tutti, tutti troppo impegnati a tenere fermo quel disgraziato e a cercare di calmarlo, almeno per dargli una morte serena.

Qualcuno gli aveva sparato in testa, nel marasma della battaglia, proprio qui, in fronte, e si stava spegnendo come un fuocherello, crollando come una casa mal progettata. Mentre se ne andava lo sentii blaterare qualcosa sull’amore, che l’amore era l’unica cosa a farlo sorridere anche nel trapasso, ovunque esso fosse; la sua donna o il suo lavoro, che poi vengono amati allo stesso modo, l’amore per le sue idee: credeva nella guerra, la credeva giusta e catartica: forse cambiò idea, quando se ne andò, o forse erano solo i deliri della ferita, e il sangue, a farlo sragionare: avesse avuto più tempo e più calma avrebbe detto che no, amava i suoi ideali anche se questi l’avevano fatto morire, perché quando si ama -una donna, pensai, per esempio-, poi è per sempre. L’amore è morte, l’amore è gloria: la morte è gloria. Un soldato, e un artista pazzo: solo lui poteva arrivare ad un’analogia tanto ermetica.

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