Olio su tela; E d’arte e d’amore, ovvero di quando impazzii – 10

Restai a Parigi per sette anni, dal 1907 al ’14: poi scoppiò la guerra e cambiò tutto quanto. In quegli anni non feci granché tranne rattristirmi per ogni profumo e per ogni estate: non so perché, forse per la troppa allegria che emana, l’estate l’ho sempre odiata: troppo caldo, troppo soffocante sopore che occlude ogni via respiratoria e annega nell’umidità. E poi la gente che va al mare sulla Costa Azzurra, le belle donne sulla Senna così conturbanti che pensavo a come fare sesso con loro, a come sarebbe stato baciarle -e poi pensavo a fustigarmi interiormente per tutto quell’amore sprecato, e pensavo a lei, e a lei, e a lei, che d’estate chissà dov’era, con uomini e donne e un figlio, e io sulla Senna, e piangevo, diavolo, quanto piangevo, non ne potevo più, e invece era tutto inutile, tutto bellissimo, per carità, ma tutto inutile: il mondo non era troppo grande per sfuggirle.

Non furono anni del tutto lunghi. Ora, uno può guardarsi indietro, e può farlo solo quando è tutto sommato vecchio, o perlomeno quando ha messo fra sé e ciò che considera indietro una discreta somma d’anni, ma ogni volta che si volterà vedrà i suoi tanti giorni cadere via da lui: così quei sette anni. A pensarci prima di viverlo, il futuro, sembra lontano e irraggiungibile; a pensarci mentre lo si vive, il presente, sembra non finire mai, dilatato per sempre nel tempo; ma girarsi indietro, a guardare il passato, ecco che sette anni sono un battito d’ali, un respiro, uno starnuto: etciù e non c’è più niente, già finiti. Non ricordo cosa ho fatto l’estate del 1908, o se ciò che feci fu effettivamente quel giugno e non invece nell’agosto del 1909: tutto è confuso, ricordo solo un canovaccio, più o meno, tante domeniche, un po’ di jazz, una donna bellissima, la tristezza e lei, lei, sempre lei.

 

Erano anni di fermento, quelli, per tutta l’Europa: politica, economia, scienze, arte. Nel 1907, pochi mesi dopo che l’ebbi incontrato, Picasso presentò al mondo il suo primo quadro cubista, inaugurando la così detta stagione delle avanguardie; nel 1908 venne prodotta la prima automobile, costruirono il canale di Panama distruggendo l’America, l’America che cresceva, l’America di Bufalo Bill -lo incontrai per caso: era bello.  Io, in quegli anni, drogato di tutta la poesia che la Francia e Parigi buttavano fuori, barcollavo per le strade come un moribondo: la musica, le feste, tutto era lontano per me, chiuso nella mia stanza di tristezza; sentivo rimbombare le folle e le donne, tutte le donne, sentivo scorrere i fiumi di vino, e gli urli, le grida, le feste, sentivo tutta la potenza della notte, Misia, la regina di Parigi, e le attrici, gli scrittori, tutti lì per un sogno, per non sentirsi esclusi, e gli esclusi, i poeti emarginati e decadenti, i barboni, il Gamba-di-legno: nessuno voleva perdersi Parigi.

Tornai spesso al Moulin Rouge: credo di essermi innamorato, lì; anzi, no, non fu mai amore. Lei era una ballerina, era bellissima, questo sì, ma non l’amavo: non ci feci mai neppure sesso -anche se lei una sera si spogliò per me, solo per me, sotto la luna nella sua stanza, ed era bianca e candida e liscia e tutto il resto, ma non candida e liscia come lei, e non era lei, e per quanto mi illusi non lo sarebbe mai stata, davvero mai, e lo capii dopo, tempo dopo. Durò un paio d’anni, la nostra storia, mentre intorno infuriava la Belle Epoque e la gente era felice e il tempo passava. Cominciò una sera, come al solito cominciano tutte queste storie d’amor facile e posticcio.

Andai al Moulin Rouge per distrarmi, per passare la serata come avevo fatto anni prima: era la terza, forse la quarta volta che ci andavo, e non mi aveva mai entusiasmato come la prima, perché non accadde mai nulla di così eccitante da cambiarmi la vita. Tranne quella sera, che non mi cambiò la vita ma qualcosa accadde: imparai una lezione, se non altro.

 

La sua bellezza era radiosa e ovvia: ballava come fosse l’ultima cosa rimastale da fare. Finito lo spettacolo mi notò, seduto al tavolino, e io avevo notato lei, tutta la sera, descrivendo con lo sguardo ogni suo movimento. Eravamo rimasti in pochi, nel locale, erano le quattro, forse già le cinque del mattino; fuori albeggiava.

Venne al mio tavolo per finire di bere quello che io e altri prima di me avevano lasciato, come faceva la Golosa -era famosa, lì, e quella doveva essere una cosa che imparò da lei. Finito il vino che io non avevo terminato mi guardò e sorrise. Disse:

-Ti ho notato, mentre ballavo. Sei molto bello.

Ricambiai il sorriso e risposi:

-Anche tu.

Probabilmente lei era ubriaca e io gentile, oppure anch’io ero brillo e chissà, ma mi ritrovai a passeggiare con lei per le strade fresche e albeggianti di Parigi. Mi parlò della sua vita, di quello che aveva fatto, di come ballava al Moulin Rouge perché aveva finito la sua storia con un uomo che la manteneva, e ora che lui non c’era più lei era sola, e disperata, e quello era un lavoro come un altro, e in più si conosceva gente.

Mi sentivo un po’ Toulouse Lautrec ad accompagnarla, sotto braccio, parlando anch’io della mia storia -non dissi mai niente di lei, ovvio, del mio amore: non lo dicevo mai. Improvvisamente ci ritrovammo sotto casa sua: lei non era così ubriaca ma solo un po’ pazza, decisamente un po’ pazza, quando mi baciò, e io ero più pazzo, o forse solo più stanco, quando la baciai.

Per due anni, ogni sera, l’aspettai davanti al Moulin Rouge; raramente entravo. Il pomeriggio passeggiavamo, guardavamo i pittori sulla riva del fiume dipingere le chiatte, ci innamoravamo delle nuvole e degli uccelli che dipingevano il cielo; una sera, una sera che lei non lavorava, passammo la serata a casa sua, un bell’appartamento a Montparnasse, e lei, dopo cena, aprì la finestra e fece entrare la luna nella stanza. Ci baciammo sul letto, e rotolammo per terra, sotto le lenzuola; le nostre mani ci cercavano e ci trovavano, entrando e uscendo dalle pieghe del corpo. Calore. Forse amore. No, amore no.

Lei si alzò, si mise contro la finestra, una maya nella cornice del cielo, e lentamente si spogliò: bella, luminosa, carne e sangue e tutto il resto. Io la guardai, piano piano, e mentre si sfilava le calze ebbi la fulminante impressione che avevo appena perso due anni della mia vita, che erano passati e che non sarebbero tornati più. Amavo lei, lei soltanto, solo lei: con quella ballerina avevo sempre pensato a lei, involontariamente, a volte, anche mentre la baciavo; la cosa che più mi fece arrabbiare fu che forse l’avevo illusa, ma certo io l’avevo vista diverse volte sedurre e baciare – scoparsi, anche – diversi clienti del Moulin Rouge, dietro le tende. Perciò niente: si tolse le calze, io mi alzai, me ne andai e non la rividi più. Mai più: non l’amai mai, io amo solo una persona per sempre.

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