Olio su tela; E d’arte e d’amore, ovvero di quando impazzii – 9

Tornai alla mia casa di Montmartre, rincontrai la padrona di casa -una vecchia scorbutica che mi salutò arcigna-, salii di sopra nell’appartamento, mi stesi nel letto e mi addormentai. Mentre me ne andavo per sempre nel mondo dei sogni pensai a lei, pensai anche a lei, che non ero solo io; pensai a lei e ai suoi problemi, alle sue cose: aveva tanti pensieri, lei, inscrutabili come quelli delle formiche, e non mi lasciò mai entrare nella sua testa per scardinarli, e anche se io più volte le dissi che volevo distruggerli tutti -i pensieri e i problemi-, lei mi diceva che non ero in grado -e forse aveva ragione, però non mi fece nemmeno mai provare, ed anche questo è vero. Forse fui troppo insistente e petulante, forse anche per questo mi abbandonò; per questo e perché mi amava troppo, e non voleva ferirmi coi suoi pensieri assassini -che io lo so, lei era bellissima, ma i suoi pensieri no: erano l’inferno, e tutto quello che l’inferno contiene: bisognava essere Dio per estinguere tutta quella dannazione quasi eterna; era fragile e distrutta e stupenda nella sua sottile invisibilità: per questo, e per tante altre piccole cose che potrebbero sembrare difetti, io la amo e continuerò ad amarla, perché l’amore è apprezzare le cose storte e sbagliate e proprio per quelle non voler lasciare mai nessuno. Pensai che forse fui troppo egoista, a credere che ogni suo pensiero fosse perché voleva lasciarmi andare via o cose simili; so che non era così: so che aveva altro, in quella testa, anche se non seppi mai bene cosa: se mi fossi addentrato, magari sarei riuscito a capirci un poco: a volte l’amore fa fare miracoli.

Mi svegliai che era mattina: mi sentivo come fossi ubriaco e disorientato, mi faceva male la testa, avevo lo stomaco in subbuglio e non capivo più niente: guardai fuori dalla finestra e il sole mi accecò: ero distrutto. Decisi bene che quel giorno non sarei uscito e che sarei rimasto in casa a riposare, magari a scrivere una poesia -ricominciare, dopo tanto tempo, che lei era dentro ed era me più che mai in quel momento, ed ero disperato e non sapevo cosa fare: la condanna dell’amore è amare più del giorno prima e meno del successivo incessantemente, fino a scoppiarne, fino alla morte.

 

Mentre ero seduto sul letto che pensavo e ripensavo, sentii una musica bellissima: era la “Carmen” di Bizet -io adoro la “Carmen”. Veniva dal piano di sopra, sopra alla mia stanza: da quello che sapevo non doveva esserci nessuno, ma forse c’era sempre stato un inquilino e io non lo avevo mai visto. Sta di fatto che, come preso da un impulso irrefrenabile, o forse per vincere la noia, andai di sopra per scoprire chi ascoltava quella musica: magari si potevano fare quattro chiacchiere.

Bussai: venne ad aprire un uomo con la fronte alta e ciuffo ribelle -io non lo sapevo, e l’avrei imparato tanti anni più avanti, ma quello era Picasso, e stava inventando il cubismo. Era sporco di colore e aveva in mano due pennelli; la musica si diffondeva ovunque. Mi guardò un po’ burbero e disse:

-E tu chi sei?

-Sono… abito qui di sotto. Ho sentito la musica, la “Carmen”, io l’adoro e… beh, volevo sapere chi era ad ascoltarla.

Balbettai senza ritegno. Lui sorrise -un sorriso spento e forzato-, poi mi disse di entrare.

La stanza era piccola come la mia ma più accogliente, la musica del grammofono era un’orda incessante; per terra, appoggiato al letto, c’era un quadro: rappresentava quatto donne, o forse erano cinque, però insomma erano “Les demoiselles d’Avignon” e io ancora non lo sapevo, ma chissà perché rimasi comunque folgorato da quella cosa strana che non avevo mai visto, da quel peculiare modo di intendere l’arte che fu dapprincipio disprezzato; l’amai subito, e trovai in quegli spigoli e quei volti brutti tutto un mare strano che non capii: forse perché avevo in testa lei, quando guardai il quadro, e vidi lei anche su quella tela. Non so.

Chiesi con Picasso:

-Perché hai dipinto così queste donne?

-Perché sì. Perché io e George abbiamo capito che la realtà non è più quella che ci circonda, non è quella che vediamo: la realtà è diversa, perché c’è il tempo che scorre, e la simultaneità, e ci sono i punti di vista, e la soggettività dell’artista… Non si può più dipingere come si è sempre fatto perché quel modo di fare ha limiti che non valicano le nuove frontiere. Prima, l’amore non lo si poteva dipingere, ora io l’ho fatto in questi occhi. Questo quadro sarà il primo della nuova Era, se vogliamo. Del nuovo linguaggio.

-Capisco. E gli spigoli?

-Sempre nuovo linguaggio.

-E quelle facce strane?

-Arte africana: così primitiva, selvaggia. La amo.

-Non so perché ma c’è qualcosa, qualche strano tipo di sentimento, che mi contorce e me lo fa adorare.

-È per le donne conturbanti? Per l’astinenza dal sesso?

-No, credo sia perché mi manca la donna che amo.

-Ah.

-Sì… beh, fa niente. Grazie mille per avermi mostrato il suo quadro. Auguri per la sua, come dire, ricerca.

Me ne andai, e non lo vidi più: sentii parlare di Picasso altre volte, negli anni, ma mai parlammo faccia a faccia ancora una volta. Sempre. quando qualcuno lo nominava, ricordavo sorridendo quel pomeriggio in cui lo vidi dipingere il suo quadro di svolta -non lo dissi mai a nessuno, che lo scoprii intento a fare ciò, perché forse la gente non mi avrebbe mai creduto, o forse era troppo intima la cosa, troppo mia, siccome mentre tornavo nella mia stanza pensai che alla fine Carmen viene uccisa, anche se l’opera è bellissima e l’amore è un po’ dovunque; forse non dissi mai niente perché pensai a tante coppie che vedevo ogni giorno, tante coppie felici e sorridenti -diamine, sorridenti-, e pensai perché io no, perché noi no, perché lei non volle mai: se l’avessi detto, sarebbe stato come piangere, e già mi bastarono altre volte.

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