Olio su tela; E d’arte e d’amore, ovvero di quando impazzii – 8

In quei giorni passeggiai spesso per Parigi, respirandola e osservando ogni minimo dettaglio: volevo fotografare la più piccola cosa e la più piccola vicenda, ricordarmi tutto, tutto per sempre, perché Parigi era lei e volevo averla dentro, che chi se ne frega se stavo male, se me ne ero andato per sfuggirle, ora ero tornato ed era impossibile fare altrimenti: l’amore è questo, dopotutto.

Durante le mie passeggiate, una mattina, conobbi un uomo. Lo vidi da lontano, sul bordo della strada, in uno dei tanti boulevard della città: contrastando con l’atmosfera che ovunque dilagava in un’alluvione di gioia e festa, l’uomo indossava un mantello strappato e grigio come la notte; era sporco, in volto e sulle mani, la barba lunga, qua più lunga e qua più corta, sudicia. Si accompagnava con un bastone corto, troppo corto per essere comodo, di un legno marcio e fradicio; tutto ingobbito, triste figura, camminava piano per Parigi.

Ero seduto su una panchina, a riposarmi, ed ebbi modo di osservarlo a lungo: era troppo lento per fare diversamente. Nella sua ridicolaggine notai due cose: una medaglia, di quelle militari, appese al mantello, che ballonzolava di qua e di là come una bandiera al vento, e una gamba di legno, che spuntava fuori al posto di una sua gamba vera: era un mutilato.

Mentre insomma camminava come un vecchio ballerino, come un direttore di banda, due uomini gli passarono accanto spintonandolo: magari senza neppure farlo apposta, ma fu un niente, una carezza, e l’uomo cadde a terra come cadrebbe un povero cristiano ferito a morte, su una collina, nel pieno della battaglia. L’uomo, vecchio e malandato, si alzò in piedi appoggiandosi al bastone e si issò come un vecchio capitano a prua, sul cassero.

Mi alzai e mi feci vicino, chiesi perdono e gli dissi:

-Tutto bene?

Il vecchio mi guardò dal basso all’alto, dal basso della sua gobba; la bocca, stirata in un’arcigna smorfia che sembrava un sorriso, disse:

-Sì, grazie. Tutto bene.

Sorrisi, un po’ romanticamente conquistato da quell’angelo caduto; lui, vedendo il mio sorriso, disse:

-Non c’è più posto in un mondo indifferente come questo per me… non vedo l’ora di andarmene.

Lo guardai storto.

-Perché dite così?

-Perché sono un povero rimasuglio di quello che un tempo era un uomo. Guardami: guarda la mia gamba: non l’ho persa combattendo gloriosamente contro una bianca balena: l’ho persa combattendo contro due bianche lenzuola.

-Lenzuola? Temo di non capire…

-Io ero là, in Grecia, nel ’32, a combattere per una buona causa, per la rivoluzione e la libertà. Partii volontario dalla Francia, con il mio fucile, e tutto quello che ricevetti in cambio della mia vita fu una spiaggia e un proiettile nella gamba.

Continuai a guardarlo, senza dire niente: mi stava raccontando tutta la sua vita senza che io chiedessi nulla.

-Eravamo in sei, su quella spiaggia, dovevamo attraversarla per tornare al campo. Un’imboscata, dei turchi, mi ritrovai con la sabbia nelle gengive e nel culo, e una pallottola grossa così nella gamba. Riuscimmo a venirne fuori, fui portato all’ospedale militare… Lenzuola bianche, come il mare davanti alla Grecia. Mi amputarono la gamba perché non c’era nient’altro da fare. Avevo diciotto anni: pieno di ideali, pieno di vita… Per seguire una stupida guerra mi ritrovai senza una gamba, vagai per Atene finché non potei tornarmene a Parigi. Era il 1834. Ero disperato.

-È una storia tristissima… mi dispiace molto.

-Non dispiacerti, non gliene frega mai niente a nessuno in verità: siamo tutti egoisti. Appoggiai la rivoluzione, io, ne ero fiero, ma quando la mia gamba venne portata via, e io la guardai andarsene, capii che non ne vale mai la pena, se c’è di mezzo una guerra che falcia vite.

Rimasi in silenzio, ad ascoltare.

-Quanto tornai in Francia avevo vent’anni, ne ero stato via cinque. Tornai a casa, dalla mia donna, la mia Laura: era bellissima come quando l’avevo lasciata. Appena mi vide, mutilato e zoppo, disse che sì, mi aveva aspettato per cinque anni, senza vedere altro uomo all’infuori di mio padre, ogni sera, per cercare di avere notizie, ma che ora, così brutto, non mi voleva più. Ero innamorato e ridicolo, e solo: tristemente solo, rifiutato dal mio unico amore: cominciò a chiamarmi Gamba-di-legno, per via di questa menomazione, e non lo scorderò mai. Sono quasi settant’anni che vago per Parigi, da solo: sono un resuscitato dalla fornace della guerra, che tutti quelli che muoiono si danno pace, o in inferno o in paradiso, ma la vera tortura è restare vivi e per sempre compromessi.

A quel punto non disse altro, si sporse sulla strada e chiamò un taxi: salì, sparì all’interno, l’ultima cosa che gli sentì dire fu all’autista: gli disse:

-Forza, avanti marsch!

Poveretto, distrutto anche lui, come me e come tanti, da un amore che non lo vuole più, da un amore bastardo e menzognero che non sapeva accettare i difetti, che non poteva vincere su niente.

 

Camminai molto, nei giorni successivi, sperando di poter rincontrare quel poveretto per parlargli ancora. Mi aveva raccontato tutta la sua storia probabilmente solo perché tutti lo rifiutavano, così conciato, e siccome io gli avevo chiesto se andava tutto bene dovette aver creduto di trovare in me qualcuno disposto ad ascoltarlo: aveva ragione, dopotutto: mi sarebbe piaciuto tanto poter parlare ancora della sua Laura -buffa coincidenza-, e chiedergli come abbia potuto sopravvivere settant’anni senza di lei, ogni giorno tormentato; non un uomo: uno scoglio, che il mare senza onde del mondo aveva più volte travolto, ma mai eroso.

Vale la pena farsi distruggere così dall’amore?

Sì.

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