Olio su tela; E d’arte e d’amore, ovvero di quando impazzii – 7

Il viaggio fu tranquillo: il treno era rilassante e il sole, filtrando attraverso i finestrini, riscaldava l’ambiente con il tiepido sopore tipico dei pomeriggi primaverili: avevo leggeri brividi di freddo, ma tutto sommato stavo davvero bene. Lo scompartimento era vuoto: c’ero solo io, e questo non poteva che essere una cosa di cui rallegrarsi.

Mentre il treno viaggiava mi misi a pensare a tutta quella terra che scorreva veloce sotto i miei piedi, sotto i vagoni stessi, di quanto cielo ci fosse oltre l’orizzonte, che mai ne avremmo visto la fine: eravamo piccoli uomini in un vasto mondo galleggiante in un firmamento ancora più ampio. Ebbi paura a pensarlo, a pensare alla mia minuta presenza: un cuore che batteva solitario in mezzo a tanti altri, solo e triste, pieno d’amore, così pieno che pensavo di essere capace di riempire il mare; ora, solo le mie lacrime potevano riempirlo, alla luce della scomoda e scioccante verità a cui ero giunto: non siamo che petali che volano sul prato. Il prato, fuori dal finestrino, verde come i suoi occhi quando c’era il sole.

Parigi apparve sull’orlo dell’orizzonte come un’esplosione, la terra agognata al fondo dell’Oceano: improvvisamente capii cosa provò Cristoforo Colombo quando avvistò la sottile linea della costa, e cosa provarono tutti i viaggiatori del passato mentre esploravano contrade vergini e scoprivano nuove civiltà: ero Alessandro Magno alle porte di Babilonia ed ero felice nonostante Parigi fosse lei, Parigi che ad agosto, come mi resi terribilmente conto, aveva il suo odore -che mentre respiravo tutto quel profumo speravo di vederla apparire improvvisamente da un angolo, ma non accadde mai, e continuai ad aspettare e ad amarla.

 

La prima cosa che feci una volta giunto in città fu andare a sedermi in un caffè: avevo qualche moneta, e una tranquilla e lunga vita da passare nella città con più tavolini in strada del mondo: non c’era molta alternativa, e avevo tutto il tempo.

Il caffè era piacevole: tre musicanti, dislocati fra i tavoli, vendevano a tutti la loro musica e la loro anima, fregandosene se la gente non li capiva: erano meravigliosi, coi loro violini e le loro mani che sembravano farfalle.

Mentre insomma me ne stavo lì seduto a sorseggiare il mio bicchiere di vino, ecco che notai un uomo: aveva due occhialetti tondi e sembrava un orsetto lavatore: mi fece sorridere, anche per come stava attento alla musica, per come guardava le mani, e gli archetti, per come sussultava ad ogni nota, ad ogni variazione: sembrava un piccolo Mozart nella notte, ancora bambino e ancora contentissimo di aver scoperto che se si spinge su quel tasto viene fuori un la, e se su quell’altro viene fuori un re. Rimasi affascinato.

-Scusate, posso sedermi qui con voi?

-Certamente.

Mi sorrise: dall’accento capii che non era francese.

-Vi piace questa musica?

-Mi cattura, decisamente.

-Siete un musicista anche voi?

-Pittore.

-Ah. E cosa dipingete?

-La musica.

Aspettai per capire se c’era dell’altro: non c’era, così dissi:

-Temo di non capire.

Sorrise, ancora, e continuò ad esaltarsi per ogni nota. Gli chiesi di spiegarmi.

-Vedete,- mi disse –la musica, diceva Schopenhauer, è l’arte suprema, perché è l’unica in grado di entrarti dentro e cambiarti. Distrugge le anime, la musica è universale, la lingua di tutti i popoli: so perfettamente quali opere suscitano dolore e quali compassione, quali gioia e quali infinita felicità. La pittura deve seguire il medesimo corso: uso i colori come fossero violini e pianoforti, io, e li amalgamo, e quello che ne esce non è un quadro, ma una composizione, un’opera musicale. Per questo dipingo la musica.

-È romanticamente affascinante.

-Sì, abbastanza. È anche molto difficile, ma se non fosse difficile non sarebbe arte.

Continuammo a parlare di musica e arte e vita. Alla fine mi chiese:

-E voi, una donna, ce l’avete?

-Ce l’avevo: mi ha abbandonato.

-Ah, mi dispiace, non potevo sapere.

-Era troppo perfetta per me, troppo intelligente e sensibile. Era la mia musica preferita, di quelle che suonano quando meno ce lo si aspetta e fanno ricordare cose piacevoli.

-Vedi l’amore in un po’ troppe cose, se la noti anche in una bella canzone.

-È in così tante canzoni che sembrano scritte tutte per lei.

-Dovresti cominciare a vedere un po’ meno amore e ammirare più i panorami, i paesaggi.

-Di panorami ne ho visti tanti.

L’uomo sorrise, e capì.

-Allora continua a guardare l’amore, che magari un giorno lui vedrà te.

Mi offrì il vino e non lo incontrai più.

 

Ritornai, quella sera, alla mia vecchia casa di Montmartre: era ancora tutta lì, tutta per me, come se non me ne fossi mai andato. Rientrare dentro quelle mura era come ritornare nella pancia di mia madre, quando ero un piccolo fagiolo di pochi chili che nuotava nel liquido di vita, respirare quell’odore era respirare mia madre, e respirare Parigi dopo tanto tempo era respirare lei, il mio amore lontano: odorava di libri e fiori di campo, di biscotti al miele: Parigi come una grossa scatola di biscotti e la mia casetta come un utero: la mia perversa pazzia d’amore e follia stava peggiorando, e tutto il mondo non bastava a contenerla.

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