Olio su tela; E d’arte e d’amore, ovvero di quando impazzii – 6

Mentre viaggiavo verso la Germani iniziai a pensare all’amore. Ora, non che non ci pensassi mai, anzi, ero perennemente in conflitto con questo sentimento che mi massacrava e mi distruggeva l’anima, ma quel giorno, durante quel viaggio, riflettei profondamente: pensavo sempre a lei, solo a lei, e questo non era certo un bene, però effettivamente non potevo evitarlo, perciò, visto che era inutile resistere a qualsivoglia volontà posticcia di dimenticarla, cominciai a rimuginare e non la smisi più. Mi chiesi cosa fosse davvero l’amore, e perché esistesse: non trovai risposta, ma divagai per terre che non avevo mai esplorato: gli innamorati, e cioè vale a dire tutti gli uomini, amano e sanno di amare, ma diventano stupidi e non ragionano; è una condanna, a pensarci, perché si è stupidi per sempre, ma innamorati solo una volta. È terrificante: una condanna e una benedizione; amare è un po’ come volare in alto, verso le stelle, senza che nessuno possa essere fermato: c’è da diventare angeli, ad andare avanti così.

L’amore è un po’ come un’onda, che prende i relitti dalla spiaggia e li porta al largo: fa diventare più leggeri, fa diventare piume. Io non so cosa sia l’amore, va bene, e non so da dove venga, però so che amare è salvarsi, da qualunque cosa, in effetti: dalla solitudine, dalla tristezza, dalla malinconia, dalla morte: anche Cristo si sacrificò per tutti gli uomini, perché li amava; ho letto di padri che persero la vita per salvare il figlio o la moglie in pericolo, ho sentito di uomini che hanno scritto poemi per stupire una donna che li aveva rifiutati, sperando potesse tornare indietro, perché chi ama dev’essere ricambiato, perché l’amore è forte, più forte di ogni cosa: se si potesse capire, trovare un filo alle sue logiche perverse, forse si potrebbe davvero, alla fine, essere felici. E sorridere.

 

Arrivai in Germania che neppure me ne resi conto: avevo la testa talmente piena di cose e di idee che nemmeno riuscii a capire che odore ci fosse nell’aria, né se fosse una bella o una brutta giornata; ricordo solo che non avevo un soldo, che ero senza speranze e che quindi mi misi seduto sulla strada ad aspettare. Cosa, non lo seppi dire mai.

Berlino era limpida nel mezzogiorno: brillava di regale compostezza e lucida sicurezza. Era una città molto diversa da Parigi: non vibrava di arte e festosità e aveva un modo deviato tutto suo di convivere con le esplosioni culturali di quegli anni: è divertente come quel periodo fosse florido sotto ogni punto di vista: il mondo veniva pian piano scomposto e ricostruito secondo i modelli migliori. Anni dopo compresi, mentre la notte portava pioggia e morte, seduto in un letto di erba e fango, che tutto ciò che chiamiamo realtà non esiste: è solo un modo dell’uomo per non sentirsi solo, per non sentirsi inutile. La fisica, per esempio, o Newton, o gli orologi: non esiste niente di tutto ciò, e le formule matematiche sono semplici armature che gli uomini fanno indossare alla natura per spiegarsi cose che altrimenti non sarebbero spiegabili. La mente umana ha dei limiti, per quanto suoni strano, e le religioni e i miti sono costruzioni antiche, di quando ancora l’uomo aveva fantasia, mentre la matematica e la scienza, invece, concezioni moderne dello stesso problema: spiegare eventi che l’uomo non può spiegare altrimenti. L’esistenza Dio, o esplosioni cosmiche di portata intergalattica agli inizi dei tempi, sono solo modi opposti per cercare di dare un senso alla propria vita e non ammettere di essere troppo stupidi per fare altro: arrendersi a questa evidenza sarebbe insopportabile per l’uomo, abituato da sempre ad essere al centro dell’Universo: colpa di Tolomeo, che gliel’ha messo a suo tempo. La dinamica, il tempo: invenzioni, trabiccoli dell’uomo per incanalare la natura, punti di vista, angolazioni: la natura procede come deve, secondo le sue leggi, che non sono quelle umane.

E mentre compresi tutto ciò, nel mio letto di erba e fango, ricordai quando pensai quanto il mondo fosse meraviglioso in quegli anni di svolta -che magari non ci si rendeva neppure conto, mentre li si viveva: sempre così: la Storia sono fatti che accadono mentre i padri sono vivi e di cui si rendono conto i figli mentre piangono sulla tomba dei genitori. Ripensai alla Germania quando fui fulminato da questa consapevolezza, ripensai a quando ancora non credevo di passare notti intere quasi sotto terra, in terre che non capivo più di chi fossero, impaurito; ripensai ad allora, al povero e triste innamorato qual ero, che cercava di fuggire da un passato e da una donna che erano ovunque.

 

L’unica cosa interessante che mi capitò mentre ero a Berlino fu conoscere Edvard Munch, un tipo strano.

La cosa buffa, di Munch, è che mi fece vedere alcune sue opere che parlavano d’amore e di vita, e fui colpito, ammirato, da come vedesse l’amore quell’uomo: di certo, abituato io al mio mieloso romanticismo, fui drammaticamente colpito e felicemente commosso.

L’opera che mi mostrò era una specie di fregio di arte sequenziale, che raccontava una storia: si partiva da quello che lui chiamava “la nascita dell’amore”, o una cosa simile. Seppi dallo stesso Munch che aveva perso madre e sorella quando ancora era molto piccolo, e che non aveva mai provato la gioia di un affetto femminile: ecco perché anche la nascita di un amore era per lui fonte di tormento e tedio. Il suo “Bacio” è quanto di più angosciante ci possa essere: due persone che si baciano, si fondono, diventano la stessa massa informe blu notte che si perde nella stanza scura, e lui, Munch, dipinto in basso, in strada, così ho pensato, a guardare i due dicendosi:

-Perché io no?

Quanta disperazione.

Poi mi fece vedere “Vampiro”, un quadro morbosamente chiarificatore: capii per quale motivo non pensava all’amore come a uno stato di grazia, ma ad una condanna eterna e definitiva: la donna morde sul collo l’uomo -capelli lunghi e rossi come sangue-, ed è quello il quadro che rappresenta al meglio l’apice e il coronamento di tutto l’amore del mondo: figurarsi il resto; finiva, quel capitolo, diciamo, con un tizio solo su una spiaggia a contemplare il mare, a chiedersi perché l’Oceano è così grande e lui no.

Parlando di “Vampiro” gli chiesi:

-Edvard, scusa, ma non ti sembra esagerato? Non sono tutte così, le donne…

-Ma la vorrebbero essere.

Le altre due parti, sull’angoscia e la morte, non sono che la fine, quello che succede dopo: fermarsi ad urlare per la strada disperati e in preda al terrore di non farcela e non farcela davvero, crocifissi dalla tristezza, senza nessuno che ti guarda per aiutarti: la morte, l’orrore.

Dovetti andarmene perché era troppo: tutto era troppo. Povero Munch, disperata anima sola.

 

Tornai a Parigi: era l’unica città che mi avrebbe distrutto ma salvato.

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