Olio su tela; E d’arte e d’amore, ovvero di quando impazzii – 4

Viaggiare è un po’ una vita strana: sempre con la valigia, a vedere posti, a osservare il mondo, a sentire le lingue diverse e i diversi colori del mare e della terra; i cibi, i profumi, tutta una varietà da mercato sotto lo stesso cielo blu, sospesi sopra un sedile di treno a pensare a lei -lei che osserva la stessa luna dall’altra parte dell’Europa o chissà da dove; le stesse stelle, e la loro luce che arriva noi già morta e fredda come un amore durevole e finito. Viaggiare è una vita passata in bilico sopra al mondo, e cadere nei baratri dei popoli e delle città; mai in un posto fisso, mai una donna per sempre, mai una famiglia: esuli da una patria che non esiste a peregrinare nelle patrie del mondo.

Quando salii sul treno che partiva da Parigi la mia testa era un calderone di pensieri e la fiamma che bolliva era lei e lei soltanto -sempre lei. Salii e sedetti nel mio scompartimento, insieme ad un distinto signore e una madre sola con un bambino: l’uomo leggeva il giornale, la madre guardava fuori dal finestrino e il bambino saliva e scendeva dal suo posto. Io, come sempre, pensavo; e mentre pensavo giunsi a concludere che viaggiare è una vita che si potrebbe fare, ad essere dell’indole giusta. Chissà perché ma ho sempre visto i viaggiatori come solitari fiori del deserto che scappano da qualcosa cercando di raggiungere niente: perché la meta sarebbe arrivare da qualche parte, e farsi prendere dalla propria ombra. Io, di ombre, ne avevo tante, e di certo non volevo farmi raggiungere: forse per questo sono salito su quel treno: per non farmi ferire, o perché l’Austria non l’avevo mai vista.

 

La donna era bellissima come una rapsodia: note e guance che salivano e scendevano nell’aria, occhi come due fari, nella baia, a illuminare il cammino; a baciarla, una donna così, o a farci l’amore, con quegli occhi, sarebbe come naufragare guardando la riva e rimpiangendo la vita, e morirci dentro, fra le braccia, sarebbe dolcemente come scivolare nell’abisso; due labbra rosse come il sangue sul viso bianco di neve distraevano dai capelli ondulati come onde e scuri come la notte più buia; le scendevano dolci sopra le spalle e coprivano la scapola rosea e statuaria, scolpita dalla mano di chissà quale dio o padre amorevole. Nella mia perversione ormonale -residuo della mia adolescenza- giunsi a immaginare il suo concepimento: l’uomo, sopra la madre, che saliva e scendeva come dovesse ucciderla; e lei, sotto, a gemere di piacere nel silenzio di una stanza remota della casa, al secondo piano: un orgasmo non si rifiuta mai. E lei divenne embrione, e feto, e nacque in salute -tre chili-, una donna bellissima. Farci l’amore era morire: chissà chi era il padre di suo figlio.

Il bambino saliva allegro e scendeva dal sedile, entusiasta come solo un bambino sa essere, allegro della vita e di ogni novità: anche una farfalla gialla era per lui una meravigliosa coincidenza dell’Universo.

L’uomo, leggendo, alzava ogni tanto gli occhi: per lui esistevano tre mondi, ed era una cosa stupenda: lo scompartimento era il primo, abitato solo da noi tre: la donna, il bambino ed io; il secondo era quello reale, se la realtà non è illusione, come si spera -si sa mai-, e cioè quello che scorreva troppo veloce fuori dal finestrino per essere visto per bene, ma che era in verità tutta la campagna, e il mare, e oltre il mare l’America e anche l’Asia, dall’altro lato della notte, e i beduini e i cosacchi, le rivoluzioni, le guerre e le balene; infine il terzo era quello che usciva dal suo giornale: le notizie, i fatti, le storie e le fotografie: ricordi e profezie dell’era a venire. Terribile sopportarli tutti e tre: lui lo faceva tranquillamente, coi sui baffoni e la sua bombetta: mi stava antipatico.

 

Il viaggio fu piuttosto tranquillo: scambiai qualche parola con la bellissima donna, e se non fossi stato innamorato di un’altra probabilmente sarei capitolato -mi capitava spesso, in gioventù, e cioè vale a dire quand’ero un ragazzo libero e piuttosto perverso, di innamorarmi dopo una chiacchierata, o un’occhiata fugace: fu così che mi innamorai poi definitivamente della donna della mia vita, per dire, che è quella che tutt’ora amo e amerò per sempre. Avessi incontrato prima quella bellissima passeggera e non avessi mai incontrato il mio amore vero, forse ora sarei già sposato con lei per passare la vita viaggiando sui treni.

L’uomo, oltre a dimostrarsi burbero per la gioia del bambino, non fece che leggere e tenere il corpo fermo come congelato: era odioso, davvero, e probabilmente era uscito da qualche museo o tomba egizia: non si lamentò, non diceva nulla, ma emanava disapprovazione che senza dubbio la donna colse e ignorò elegantemente: e vinse lei, qualunque partita stessero giocando. Perché diamine dovevo sopportare tutto quello quando lei chissà dov’era o con chissà chi, a pensare a chissà cosa -diavolo, vorrei essere io il suo sogno e il suo pensiero, ed essere io e io soltanto a riempirle la testa di dolcezze da innamorata e sorrisi fuggiti. Pazienza.

Almeno la conversazione con la donna fu piuttosto piacevole: parlammo del tempo, di arte, di poesia e letteratura: mi raccontò di aver incontrato Mahler, una volta, quand’era più giovane: la musica era la sua professione, mi disse, e lei faceva la cantante d’opera, coi teatri come unico suo mondo. Era stata tante donne, nella sua carriera, tante eroine tragiche e sfortunate: lo era anche nella realtà, madre di un figlio senza padre, fuggito chissà dove con una donna molto più giovane e meno attraente.

-Gli uomini sono stupidi.

le dissi.

-Preferiscono sempre il diavolo agli angeli perché è più divertente e pericoloso.

E lei sorrise.

 

Il treno macinò tutti i chilometri che il mondo gli srotolava davanti: bizzarra invenzione: permettere all’uomo di fare cose per cui non è nato, ridotto, alla fine della storia, a sostituirsi a Dio, o se Dio non esistesse, a diventarlo: non so quanto sia bello, nonostante tutti i vantaggi del treno. Il signor Stephenson dev’esserselo chiesto, al momento buono, se era una cosa positiva: e in effetti, all’inizio, trasportava solo carbone; poi scoprì che gli uomini pagano soldi, per salire su un treno, e il carbone no, così pensò bene di sostituirsi a Dio o chi per lui e insomma divenne ricco. E io, sceso dal treno nell’assolata Austria, avevo contribuito a farlo diventare ancor più ricco nonostante fosse già morto, a quei tempi.

La mia piccola valigia di cuoio era rotta e tenuta insieme da spago e minuti: in piedi sulla banchina deserta, con la mia camicia, guardai il treno scomparire con sopra la donna bellissima, e l’uomo, e il bambino, e tutte le loro storie che in effetti non seppi mai -a parte quella della donna, a pensarci, in effetti, anche se per poco.

Ero in Austria, a Vienna: la capitale; ero nel Grande Impero, con le sue strade e i suoi soldati, le sue bellissime case e le dame, coi servizi di porcellana e tutti i luoghi comuni che potevano sgattaiolare in Francia: ero tutto inquieto e per nulla rilassato: forse avevo sbagliato qualcosa.

Annunci
Olio su tela; E d’arte e d’amore, ovvero di quando impazzii – 4

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...