Olio su tela; E d’arte e d’amore, ovvero di quando impazzii – 3

La mia serata al Moulin Rouge fu frastornata dal cancan e dalle gonne volanti di ballerine bellissime; il mattino dopo, dopo una notte di pianto, scesi in strada sconsolato e leggermente assopito: vagai senza meta ripensando a Toulouse Lautrec, a come fosse solo e dilaniato eppure così febbrilmente coinvolto dalla vita, quasi non se ne rendesse conto -quasi facesse apposta, ad essere allegro, che di lacrime ne aveva piante fin troppe e tante altre ce ne sarebbero state da versare che basta, meglio sorridere, che il suo sorriso è bellissimo.

Rimasi a Parigi per quattro anni, fino al 1905: era la Belle Epoque, in tutta Europa, e Parigi era la capitale del vecchio continente; significava essere al centro di qualcosa che si muoveva al ritmo di una musica nuova, essere dentro la più grande festa degli ultimi mille anni, essere parte del mondo con la gente. Ed io ero solo: terribilmente.

 

Non combinai granché in quegli anni: cercai febbrilmente un impiego, un lavoretto, qualcosa che mi permettesse di guadagnare pochi soldi, giusto per mangiare e non morir di stenti, che già di tristezza si nutriva l’anima mia, ed era meglio cambiar dieta, se si poteva. Trovai un ometto gentile che gestiva un negozio di antiquariato, così fui assunto come segretario, diciamo, e la mia mansione era quella di pulire i mobili e sistemare i carteggi; ogni tanto mi intrattenevo con qualche cliente, parlando del più e del meno, a volte ridevamo insieme di certi mobili buffi o di qualche donna impellicciata e arrogante che passeggiava fuori dalla vetrina.

Parigi era un ventre di donna gravido dei suoi abitanti, formiche che sgorgavano come acqua da un pozzo esploso: non si era mai stanchi di niente, e le feste monotone nelle ville dei ricchi signori erano sempre una novità, e sempre la folla invadeva i giardini e le strade quando la notte prometteva felicità.

Il negozio mi portò qualche amicizia e qualche voce: venni a scoprire di alcune relazioni clandestine di certe donne d’alto borgo, venni a conoscenza di torbide trame che dai bassifondi di Parigi salivano come esalazioni mefitiche fin oltre le finestre più illuminate. Il proprietario della bottega, per esempio, era una specie di contrabbandiere di oppio: nel retro aveva casse e casse piene di merce che vendeva sottobanco ai cinesi e ai russi della città. Io lo scoprii per caso e non dissi mai nulla, lui non fece mai nessuna allusione o riferimento: per quel che ne sapeva, ero solo uno sprovveduto pseudointellettuale perso nei libri e nel passato: forse fu la mia fortuna; non volevo certo finire invischiato in qualche losca storia di droga e contrabbando, non volevo certo finire in galera o ucciso su qualche acciottolato con una pallottola in testa o nel cuore; che già l’amore mi aveva frantumato, figurarsi una morte vera e carnale. Ironia a parte: era meglio non intromettersi in quelle cose: continuai a guadagnare i miei soldi, pochi soldi, a sopravvivere e disperarmi sotto la luna: poteva durare per sempre.

Venni a sapere che da qualche parte verso Est si stava agitando la bestia della rivoluzione, così anarchica e piena di fascino, così romantica nella sua accezione più moderna che non si poteva non amarla: poteva essere qualunque ideologia: una rivoluzione è sempre giusta.

Scoprii sorpreso che Monet era ancora da qualche parte, ormai vecchio, e girava sovente per Parigi nonostante abitasse a Giverny: mi sarebbe piaciuto incontrarlo, così barbuto e pieno di colori negli occhi da sembrare tavolozze. Aveva inventato l’Impressionismo, lui, un giorno che finì il nero, come disse Renoir, e aveva preso il mondo rivoltandolo: ora per il mondo ci passeggiava e la gente non ci faceva neppure più caso: triste destino da angeli caduti e artisti geniali; la gloria della propria capacità viene offuscata dall’emarginazione, oppure è proprio l’emarginazione l’unica condizione necessaria per far sbocciare il fiore della follia, la genialità, e diventare artisti gloriosi -che non vuol dire fama e soldi: vuol dire arte vera.

Io, fra l’arte, ci vivevo e ci lavoravo: la bottega era sempre piena di ottimo artigianato. Un giorno capitò perfino un barone, un uomo ricco e bellissimo, pieno di anelli e decorato a festa: si chiamava Pigeard e credo lavorasse con le navi: era un armatore, o una cosa del genere. Onestamente non riuscii a carpire tutte le parole, solo alcune frammentarie frasi, ma da quel poco che intuii le barche erano origine di ricchezza. Lui e il mio padrone stavano ore e ore nell’ufficio sul retro a parlare, e dopo tre visite alla settimana capii cosa facevano: Pigeard era un oppiomane compulsivo, di quelli che potrebbero uccidere o vendere la propria madre pur di poter stendersi sereni a fumare -che poi, sinceramente, di fumerie in città ce ne erano tante, tutti ne erano a conoscenza, ma l’oppio del mio padrone era molto più economico, seppur molto più illegale: una volta, quasi per caso, venni a sapere che un certo carico era stato salvato dai pirati e dalla polizia, prima di finire chiuso nel retro di un’automobile e nel retro della bottega. In ogni modo, Pigeard veniva sempre nel negozio dodici volte al mese, andava sul retro e usciva dopo ore; sei volte su dodici comprava qualcosa: ora un vaso, ora una sedia, ora un drappo; così, giusto per non dar l’impressione di far chissà cosa o destar sospetti, che il padrone era vecchio e stanco ma di certo non era stupido, e sapeva che io potevo capire velocemente cosa accadeva -fortunatamente era abbastanza stupido per non essersi mai accorto che io, in realtà, sapevo. Sta di fatto, comunque, che Pigeard non mi stava simpatico.

 

Un’altra cosa che facevo in quegli anni oltre a vendere cose vecchie e desuete era passeggiare: camminavo sempre, quando avevo tempo; piuttosto che marcire in casa, attività che comunque facevo regolarmente ogni qual volta la tristezza diventava invalicabile, preferivo passeggiare per le vie di Parigi e scoprire angoli nuovi. La sfortuna di essere innamorati, però, mi accorsi essere tutta qui: ovunque passeggiassi e ovunque girassi la testa, lei era lì: in ogni ciottolo, in ogni nuvola fra due tetti, in ogni grondaia e in ogni camino; era le volute del fumo che salivano e la musica che veniva dalle case, era i gatti che si nascondevano fra i bidoni e i barboni che elemosinavano un pasto, era la luce del sole sulle finestre di Parigi, le voci della gente, i loro occhi, i profumi di una città sempre in festa, l’odore del caffè, le urla dei ragazzi e i titoli dei giornali. E io, che amavo lei come non amavo niente, odiavo e detestavo il fatto di vederla in ogni piccolo evento della giornata: era una benedizione e una condanna, ma più di tutto era sapere che non diventava mai, ogni giorno che passava, un ricordo -lontano e irraggiungibile, da guardare dall’alto del futuro sorridendo o commuovendosi di triste allegria-; lei era sempre con me come all’inizio, ed era sempre mia, e lo sarebbe sempre stata: era il mondo intero, in effetti, e io la vedevo ad ogni passo mentre -e probabilmente era questo il motivo per cui lo facevo- passeggiavo per Parigi.

Un giorno capitai, per dire, davanti ad un caffè: nella vetrina vidi riflesso il mio volto fra le lettere che componevano in giallo ocra il nome del posto, ed eccola lì, proprio vicino al riflesso, una scheggia di luce improvvisa -c’era ed era sparita subito- ma era lì, sicuramente, ne fui certo; un’altra volta la vidi al mercato del pesce e quella stessa sera nel volto di un violinista che faceva la serenata a due giovanotti su un battello che scendeva la Senna cullato dall’acqua e dalla luna. Ma la volta più terribile e amorevole fu quella della libreria: me lo ricordo come fosse ieri: straziante e meraviglioso come un’armonica a bocca che scandisce tutto l’amore del mondo. Quel posto mi ricordava irrimediabilmente lei, era impossibile altrimenti: era una libreria di quelle piccole, nascoste, che si trovano solo per caso o perché si sa che sono là, in quell’angolo, nascoste al mondo. Dentro si respirava tranquillità, e musica rilassante, una musica calma; i libri erano pochi, ognuno diverso, una diversità disarmante, da restarci secchi: i libri erano pochi ma bastavano per conoscere tanto, e conoscere bene, qualunque cosa quel posto vendesse o, più romanticamente, mettesse lì, in mostra, per essere vista senza essere comprata. Era una libreria così piccola, e così indifesa, che comprare un libro era come ferirla a morte, portarle via una parte di sé, via per sempre; un po’ come le persone: non si portano via le braccia, o le gambe, o un orecchio, o l’anima, solo perché si potrebbe fare: era una libreria calda e accogliente, al sapore di famiglia; bella, esotica, da riva destra della Senna. Quella libreria era Parigi: con le sue luci, i suoi profumi, i suoi mercatini dell’antiquariato, le sue ragazze dai capelli corti vestite in beige che cantano e ballano mentre passeggiano. Era una libreria di quelle piccole, nascoste, che si trovano solo per caso, dietro l’angolo: peccato che il mondo sia tondo, e di angoli così belli ce ne siano davvero pochi.

 

Giunse, senza che me ne resi conto, il 1905, e lei era talmente dappertutto che capii che Parigi non era più vivibile: presi la definitiva decisione di andarmene: dovevo cambiare aria, stavo soffocando (mi promisi comunque, un giorno, di tornare); era meglio andare a cercarla altrove e tornare poi, quando ogni piccolo angolo sarebbe stato gioia improvvisa nel ricordare la medesima sorpresa di tanti anni prima quando lì, per la prima volta, l’avevo rincontrata, perché stare lì per sempre e lasciarsi uccidere lentamente da tutto quell’amore -che io ci speravo, ma non sarebbe mai tornato-, era peggio: stare lì voleva dire farsi ferire costantemente al cuore, e andarsene significava farsi ferire altrove, ma meglio due cicatrici che una ferita profonda, tutto sommato.

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