Olio su tela; E d’arte e d’amore, ovvero di quando impazzii – 2

Henri de Toulouse Lautrec era condannato a non poter essere amato: si rassegnò quindi a non amare mai, se non in silenzio e in segreto; eppure i suoi quadri, anche se non sembra, sono tutti amore: è una piacevole contraddizione, di quelle che questo sentimento trova così stupende. Era un ometto sfortunato e bellissimo, con due occhi così.

Dopo averci parlato, dopo averlo incontrato, ricordo che piansi tutta la notte: piansi d’amore e le mie lacrime erano ricordi e pietà; amai quell’uomo come fosse me stesso, e per quel che posso aver imparato dalla vita, egli era uno dei più grandi: se la vita è una puttana, lui ci fece l’amore senza pagarla.

Quella sera ero triste e rassegnato: ogni tanto mi prende un male di vivere inconsolabile, che né il vino né la morte possono risolvere, e così, quando quel giorno fu pieno di lacrime represse che non riuscii a far sgorgare, decisi che era meglio passeggiare, che l’aria fresca della sera poteva non guarirmi ma, forse, aiutarmi: sapevo perfettamente perché il mio stomaco si rovesciava su sé stesso, perché il cuore perdeva la sua strada, perché la testa si spegneva e mi sembrava di cadere -mi capita ancora-; so perché: perché io la amo, e lei non c’è, e così la vita diventa vuota. Quando uno affida tutto il suo esistere ad una persona, e la ama, ed essa diventa la sua ossessione, non c’è santo che tenga se lei se ne va: la vita diventa tempo, e il tempo passa silenzioso che non ce ne si accorge; e tutto è ovattato e chiuso, bare di profondo sopore- situazioni odiose, che però l’amore non corrisposto e tragico alimenta senza resa.

Quella sera era una di quelle sere, e siccome ero a Parigi da parecchi mesi e non ero ancora andato al Moulin Rouge, pensai bene che una magra consolazione potesse essere rubare un po’ d’amore seduto ad un tavolino. La gente, in quei giorni, me ne parlò come l’alcova della passione, il purgatorio dei disperati, la musica di tutta Francia: dissero che c’erano donne bellissime tutte per me, che potevano -e sapevano- amarmi come non mai, perché avevano imparato nel corso delle loro carriere a trattare un uomo come gli angeli trattano i trapassati. Io non ci credevo molto, ma ero così triste che avevo proprio voglia di incontrare un angelo: erano forse le uniche creature che ancora non mi avevano deluso, o che perlomeno non lo avrebbero mai fatto.

 

Il Moulin Rouge, e l’ironia è pesante, si trovava a pochi passi da casa mia: avevo affittato un piccolo appartamento in uno stabile di Place Émile-Goudeau, a Montmartre, eppure non avevo mai pensato di passare lì la serata: ogni tanto stavo in casa a bere come una spugna per dimenticare ricordi che non se ne sarebbero andati mai, e quasi tutte le sere raggiungevo la Senna, e i boulevard, contemplando estasiato tutta la vita che mi girava attorno, chiedendomi come mai la gente sembrasse così felice, come mai non amava come me e come me non si struggeva nella disperata rassegnazione: ero attratto e respinto da tutta quella città, non potevo farne a meno: Parigi sa di essere stupenda e mortalmente terribile, se si è senza la persona con cui si vorrebbe essere -soffrivo ma la vita continuava, e io dovevo continuare a vivere.

In ogni modo, quella sera mi recai al Moulin Rouge piuttosto sereno e quasi contento: sapevo che non mi sarei divertito, ma piuttosto che stare chiuso nella mia squallida stanza a bere vino, era meglio distrarsi o far finta di farlo.

Entrai: musica e donne bellissime; probabilmente per riempire il locale avevano svuotato tutti i bordelli e gli harem di mezza Europa e Oriente: non c’era un volto che non ispirasse amore e una notte fra sesso e assenzio.

Presi un tavolo in un angolo, lontano da occhi indiscreti: volevo solo guardare volteggiar le gonne e osservare la vita. Fu in quel preciso istante che notai, nel tavolo vicino al mio, un ometto basso e brutto, con due occhi azzurri come il mar dei Caraibi -che non l’avevo mai visto ma senz’altro doveva essere così-, più triste e solo di me. Spinto non da pietà, ma da reciproca consolazione, mi alzai e mi sedetti con lui.

-Piacere, Henri.

disse sorridendo. Contraccambiai e gli strinsi la mano: era Toulouse Lautrec: era famoso e stava per morire, e io non lo sapevo.

Passammo insieme la serata, parlando di varie cose; guardammo le ballerine, sorridemmo di loro e le amammo senza mai dircelo: il Moulin Rouge era il peccato, e noi ci eravamo dentro: bruciavo nel fuoco della passione e dell’Inferno; per un attimo, davvero, persi ogni sensibilità e perfino dimenticai la mia situazione: a volte l’amore è così troppo che non si può non annegare.

Toulouse Lautrec, dal canto suo, beveva assenzio senza ritegno e sorrideva e urlava i nomi di tutte le donne che passavano. Mi raccontò che amava una ragazza, Jane, e l’amava davvero tanto, solo che era brutto, lui, e goffo, così non poté mai dirglielo: passavano i pomeriggi insieme, lui la ritraeva bellissima e lei si vergognava.

-Sapete,- mi disse –a Parigi c’è una donna, Misia, una regina, un fiocco di neve. Nessuno supera in bellezza questa russa fuggita dalla sua terra, però, e qui devo confessarlo, per quanto io abbia ritratto Misia, e preparato per lei ottimi cocktail, per quanto tutta Parigi la ami, Jane Avril è molto, ma molto più bella. Io la amo, la piccola Jane, sapete?

Annuii e sorrisi: mi faceva tenerezza quel piccolo ometto tutto barba e bombetta.

-Ah! mi piacerebbe vedere quale donna al mondo ha un amante più brutto di me. Lei non mi ama, è vero, ma il mio amore è sufficiente per entrambi. Lei non deve sapere niente, mi va bene così.

-Davvero non le avete mai detto che l’amate? Lei non ha mai sospettato nulla?

-No, non gliel’ho mai detto… vedete, io non posso essere amato: i miei genitori erano cugini, sono nato con una malformazione genetica, e da piccolo sono caduto da cavallo. Due volte. Ora ho un corpo da uomo sopra due gambe da bambino che non sono mai cresciute: le donne non mi vogliono, capite bene, le uniche mie amiche sono le puttane, che con l’amore ci lavorano e sanno davvero cos’è.

La sua vita era la cosa più triste piovuta sulla Terra: mi confessò che beveva assenzio e altri liquori per cercare di uccidere il suo fisico prima del tempo, fisico che non gli avrebbe mai permesso una dolce vecchiaia o una morte indolore: stava suicidandosi con le peggiori droghe e i più forti distillati che l’uomo potesse produrre, cercava l’amore fugace di una serata e l’anima di Jane nelle cose di Parigi, sorridendo e ridendo di sé -tutto prima di stendersi in un letto in riva al mare e fra le onde lasciarsi cullare dal sonno della morte.

Quell’uomo, nella sua tristezza estrema, mi ricordava me stesso nella mia implacabile disperazione d’amore: lei era lontana, e io seduto con lui a quel tavolo, ma mi sembrava di veder riflesso nella fata verde i suoi occhi scuri come due mondi in collisione, e i suoi capelli sottili come i fili di seta giapponesi, esotici e profumati.

-No, non vi preoccupate, bere non mi fa male… Tanto sono già vicinissimo a terra, no?

ripeteva sempre.

E musica e donne e notte infinta.

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