Olio su tela; E d’arte e d’amore, ovvero di quando impazzii – 1

A Laura, con infinito amore

“L’arte e l’amore sono la stessa cosa: il processo mediante il quale si vede se stessi in cose che non sono sé”

Chuck Klosterman

 

 “Non ho mai scritto una poesia per leggerla”

Charles Bukowski, “Shakespeare non l’ha mai fatto”

 

 “Guardalo come cammina, ballerino di samba, e come inciampa in ogni spigolo: innamorato e ridicolo, come guida la banda, come attraversa la strada senza una gamba”

Francesco De Gregori, “Gambadilegno a Parigi”

 

Io la amo; l’amerò per sempre: ho deciso così.

La conobbi senza incontrarla e dopo averla amata per tanto tempo, senza dirglielo; in silenzio. Lei non sapeva chi ero, non conosceva le mie abitudini, le mie piccole manie, le mie passioni: io, al contrario, osservandola per giorni tutto il giorno, avevo capito tante cose e mi innamoravo sempre più. L’amavo, l’amavo troppo, e il mio amore non poteva avere mai fine: dura tutt’oggi, e durerà per sempre. La conobbi quando, finalmente, decisi di scriverle una lettera, una bella lettera pulita, senza troppe allusioni, ma che nascondeva in realtà le sottili trame di un ingegnoso piano d’amore, amore nato dal nulla e sbocciato in passione -tutti quanti abbiamo bisogno di una musa, tanto più io, che per lei divenni poeta e senza di lei sono polvere-; ed ecco perché riuscii a scriverle quella lettera, così patetica a guardarla oggi eppure così sincera e presuntuosa. Lei cedette: mi rispose: fu la sua rovina, fu la mia rovina, fu chiedere all’Universo di aiutarmi a conquistarla, e per quanto l’Universo predisponesse le situazioni e le coincidenze più assurde per farle capire che mi amava, lei non fu mai mia. Poi, un giorno, senza che me ne resi conto, se ne andò: non capii che fu l’ultima volta perché già in altre occasioni se n’era andata per poi tornare, come l’onda sulla battigia, ma quella volta, l’ultima, fu diverso e fu per sempre.

Chissà dove andò, dov’è tutt’ora, chissà se ancora pensa a me: io, e lei lo sa, le penso ancora e ancora non son stufo di aspettarla; girerò il mondo e vivrò la mia vita, ma lei dovrà tornare, prima o poi, perché io la amo: povero illuso, sognatore romantico, poeta fallito, poeta inventato: sono tutte queste cose e non sono nessuno.

Il giorno che se ne andò per sempre me ne andai anch’io, in giro per l’Europa: ero senza più un’anima o un senso nella vita, perso dentro le mie poesie e dentro di lei, perso per lei e lei soltanto; l’amavo ogni giorno di più, come avevo sempre fatto, e sognavo nelle notti piene di stelle il suo corpo morbido come un cuscino di piume, i suoi seni come le onde del mare, i suoi fianchi come dolci colline della campagna da salire in bicicletta, la sua pancia come un prato di fiori su cui stendersi e respirare la primavera della sua pelle, e sognavo la sua bocca -le porte dell’Inferno, il peccato originale-, e quel piccolo neo proprio sopra le labbra: un dettaglio insignificante -solo anni dopo capii che era il cuore rosso dell’”Icaro” di Matisse; che non ci si fa caso, ma è proprio lui a rendere il quadro così bello ed equilibrato: il neo come il cuore, il neo come il dettaglio di un quadro: lei; che era un quadro che nessuno aveva mai dipinto, un soggetto inafferrabile come la brezza del mare al tramonto, come la polvere del tempo e l’amore per sempre.

 

Iniziai ad andare in giro per l’Europa proprio il giorno in cui cominciò questo nuovo secolo maledetto, il secolo delle mie pene e del mio dolore: ero un’anima alla deriva nella corrente della vita. Come prima meta scelsi Parigi, perché Parigi è la città dell’amore sacro e dell’amore profano, delle belle ragazze sulle rive della Senna e le signore attempate che si atteggiano a nobildonne la domenica pomeriggio; Parigi perché è la città di Renoir, nitida nell’estate calda e accarezzata dal vento che sembra una mano, la mia mano sul suo corpo, il corpo di Parigi, e il corpo della donna che amo: adoravo accarezzarla e farla ridere, farle il solletico; amavo amarla, e l’amo ancora.

Era il 1901, e la vita era tutta davanti, e l’amore tutto attorno.

 

La cosa bella di Parigi è tutta la poesia che ispira: dalla pioggia sui ciottoli delle strade illuminate alle lampade della Tour Eiffel, dai boulevard invasi di caffè e baguette alla musica sulla rive gauche una domenica pomeriggio; il parco, le donne bellissime che sembrano volare nella brezza che viene da chissà quale mare, il cielo terso puntellato di stelle e camini che si arrampicano sulle case per andare a toccare Dio (se Dio esiste dorme sopra al cielo di Parigi, fra le nuvole di cotone e l’azzurro mare infinito). Parigi è poesia, a mezza voce, nella notte più buia illuminata dai lampioni e accompagnata sotto braccio dal jazz più struggente che si possa inventare.

Poesie: ne ho scritte tante, tutte per la donna che amo. La cosa divertente è che io non sono un poeta, non lo sarò mai: eppure lei era così perfetta che le solite parole degli uomini non bastavano, e i quadri, se avessi saputo dipingere, non potevano restituire la vera essenza di un volto così candido e benedetto: l’unica strada che l’uomo, nella sua piccolezza, è riuscito a scavare fino al cielo, è quella della poesia, e così, pian piano, ho buttato già sul foglio bianco nere parole d’amore, virgole come baci e punti come cuori. Ho scritto poesie per farle capire che volevo fosse mia, e all’inizio non gliele lessi: le nascondevo in un cassetto per tenerle segrete: erano semplicemente lo sfogo d’amore pazzo che mi aiutava a sopravvivere -codardia da Cyrano e vergogna. Un giorno, mentre eravamo presi dalla nostra passione silenziosa, lei sfilò dal cassetto l’intero scritto e le lesse tutte, una per una, poi mi baciò e io, romantico fino alla fine, mi innamorai ancor di più.

Poesie stupide, se si vuole: parole accostate con sentimento, sì, ma senza regime di metrica o una rima musicale: era solo un modo per esprimere amore come tanti altri: c’è chi fa una bella serenata di violino al chiaro di luna, chi regala fiori e cioccolatini, chi scrive poesie e smette quando lei se ne va. Così, dopo circa quaranta componimenti, tutti piene di struggente amore, smisi per sempre di essere un poeta, se mai lo ero stato: un Rimbaud innamorato e tragicamente sconfitto. Non so se la gente può quindi additarmi o chiamarmi tale: io, per lei, ho comunque scritto tutto il mio amore a ancora non basta; non basterà mai.

Ecco perché Parigi: perché la poesia non è mai troppa.

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