Olio su tela; Tigre ammaestrata

“Non era fatto per questo mondo indifferente”

Charles Bukowski, “Ehi, Kafka!”

 

 

 

Fiume Po, 1929.

Antonio era un pittore e non sapeva d’esserlo: amava dipingere, era una specie di genio, un dono di Dio, eppure non era conscio di nulla se non del fatto che, muovendo così il pennello e mettendo cosà i colori, saltava fuori dalla tela un capolavoro ogni volta: questo perché, dentro alla sua testa, qualcosa era cresciuto male sin dalla nascita, quando ancora era un agglomerato di cellule nel grembo di sua madre: alle persone così non resta altro da fare che rassegnarsi a vivere la loro vita, essere derisi spesso dai bambini innocenti e dagli adulti bastardi, continuare a non capire, quasi sempre, quello che succede loro intorno; sono persone che si costruiscono un mondo personale e privato, dove quello che accade va sempre bene, e se quello che accade collide e sbatte contro la vera realtà, pazienza, non è colpa loro, è colpa a volte del mondo vero che non li comprende, o della loro ingenuità: non è colpevole nessuno, semplicemente sono nati così, e così ci morranno.

 

Nei dintorni del fiume, dai paesi e dalle città vicine, accorreva sempre un sacco di gente alla povera baracca di Antonio perché si era sparsa la voce che lui fosse una specie di orco, o forse un mostro, qualcosa sgusciato fuori dai pantani delle paludi, un’attrazione.

-Sarà anche un mostro, ma dipinge come Michelangelo!- dicevano alcuni.

-Dipingerà anche come Michelangelo, ma è un mostro!- dicevano altri.

-È un poveretto distrutto dalla vita sin dalla nascita- dicevano gli ultimi, ma nessuno li ascoltava.

Una donna, bella e avvenente, un giorno raggiunse la baracca di legno come tanti altri facevano ogni giorno: siccome Antonio era in realtà un bambino nella testa -poveretto lui-, e siccome del bambino aveva ingenuità e innocenza, era facile per donne come lei abbindolarlo e farsi disegnare cose meravigliose: i più lungimiranti avevano visto in lui una gallina dalle uova d’oro, una specie di Van Gogh stupido al quale far dipingere immense opere da rivendere in tempi più maturi, ovviamente senza pagarle, aggirando il povero artista con le parole, approfittando della sua fanciullezza. La donna, in particolare, poteva contare su un corpo perfetto e seducente. Raggiunse la baracca e chiamò:

-Antonio! Antonio! Esci fuori!

Nessuno rispose.

La donna fece il giro della casa, guardò dalle finestre aperte, non vide nessuno. Ad un tratto, come destata da un sogno, fu attirata da un urlo disumano: si girò di scatto, impaurita e sicura di trovarsi di fronte un lupo o un orso, ma era solo Antonio, con i pantaloni arrotolati alle ginocchia, immerso nel fiume, che si guardava ad uno specchio ovale legato attorno al collo. Mentre si osservava girava la testa, apriva la bocca, urlava tagliando l’aria: imitava le tigri e le pantere che avrebbe disegnato. A vederlo, sembrava proprio pazzo.

La donna lo chiamò ancora:

-Antonio! Antonio!

Antonio si girò, la vide e sorrise: era la donna più bella che avesse mai visto. Le corse incontro a braccia aperte, urlando:

-Dammi un bacio! Un bacio!

Sembrava una larva uscita dal letame, tutto sporco e fradicio, sorridendo come sorriderebbe un reduce dall’esplosione di una bomba.

La donna lo allontanò con la mano e disse:

-No! No, Antonio, no, prima mi devi fare un bel disegno…

-Ma io voglio un bacio…

-Prima il disegno, e poi avrai molto più di un bacio…

La donna scostò leggermente la veste e un seno fece capolino fra la stoffa blu: Antonio non seppe trattenere la gioia, corse in casa gridando:

-Sì! Un disegno! Una tigre! Subito!

La donna lo seguì, si sedette con lui ad un tavolo e lo osservò disegnare una bellissima fiera che balzava fra il fogliame ad azzannare l’aria: Antonio guardava il foglio, poi la donna, sognava sui suoi morbidi seni, sulle sue labbra rosee, già pregustava, e intanto la mano correva rapida, quasi domata da volontà propria, creando in pochi minuti un disegno così dettagliato e perfetto che chiunque altro ci avrebbe messo mesi a farlo: era questo, che voleva dire per Antonio avere qualcosa di sbagliato nella testa: un errore che divenne miracolo.

 

Quando il disegno fu completo la donna lo infilò nella borsa, si alzò e se ne andò: Antonio rimase fermo, allibito, non fece in tempo ad alzarsi che lei già si era dileguata.

-Un bacio! Un bacio!- urlò il poveretto correndo fuori, come ferito a morte, ma la donna era già lontana, priva di sensi di colpa e con un quadro stupendo in più: era così che la gente comune e dotata di giudizio trattava i poveretti come Antonio, era quello l’egoismo e la presunzione di chi vuol dominare, della gente schifosa come il letame nel quale Antonio si sedeva, ogni tanto, magari credendolo terra.

 

Antonio, abbandonato dalla donna, era nel fiume a guardarsi nello specchio, infuriato: non tanto per il disegno perso, che di quelli ne faceva a milioni e neppure se ne rendeva conto di star costruendo e regalando una fortuna, quanto per il bacio promesso e negato: ah, l’amore bastardo.

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