Olio su tela; Sala d’attesa

“Nessun pazzo è pazzo se ci si adatta alle sue ragioni”

Gabriel Garcìa Marquez, “Dell’amore e di altri demoni”

 

 

 

Ferrara, 1917.

Quando scoppia la guerra, la maggior parte della gente parte senza volerlo, soprattutto i giovani, quelli che la guerra preferirebbero non combatterla, ma la patria chiama, l’ideologia chiama, e allora si va: c’è chi la ama e c’è chi la odia, però, una volta che si combatte, una volta che si conosce l’orrore, tutti iniziano ad odiarla: così, durante le battaglie fra il fango ed il sangue, i giovani soldati cominciano a pensare ad un modo per sfuggire. Il più usato era quello della ferita: in pratica si affliggevano da soli gravi ferite alla mano, o alle gambe, si sparavano da soli palle di piombo sotto la pelle, urlando e bestemmiando, e l’alto comando li mandava in licenza, così per qualche mese tornavano a casa, chi in campagna e chi al mare, nella tranquillità di una serena convalescenza: magari, nel frattempo, la guerra finiva -loro ci speravano. Altri, i meno fortunati, non avevano il coraggio per distruggersi le dita dei piedi, così aspettavano o morivano; quelli ancora più sfortunati ne uscivano pazzi: Giorgio ne uscì pazzo, e fu ricoverato in un ospedale psichiatrico insieme al fratello: la guerra era entrata loro in testa e li aveva distrutti; la gente la chiamava pazzia, quelli attenti: guerra.

 

Giorgio fu rinchiuso perché davvero le battaglie e i fumi della trincea lo avevano distrutto: lui, che di lavoro faceva il pittore, non era adatto a tutta quella distruzione e quella guerra, voleva solo starsene tranquillo in casa, magari a dipingere e a bere vino, al limite a leggere: e invece nulla: guerra in tutta Europa. Fu un sollievo per lui essere sostanzialmente imprigionato in quell’ospedale per malati mentali, in quel ricovero psichiatrico che avrebbe senza dubbio rifiutato o pianto in un periodo di pace: pur di fuggire alla guerra quello ed altro: era la sua ferita autoinflittasi che non faceva male.

 

Fu accompagnato da un dottore fino alla sua stanza al primo piano, sul fono di un corridoio: era tranquilla, bianca e ben in ordine, il giardino che si vedeva dalla finestra era ben tenuto, pulito e lussureggiante, con piante, fiori e tutto il resto per allietare la villeggiatura forzata. Giorgio sistemò le sue cose e scese a prendere un tè: tutto era sereno e leggero come l’organza, tutto era perfetto: poteva anche dipingere, aveva detto il dottore, e questo lo fece sorridere.

 

Conobbe, durante la lunga permanenza, un altro tizio come lui, un pittore: Carlo, si chiamava, ed entrambi impararono l’uno dall’altro cose nuove e sorprendenti sull’arte e sul modo di approcciarsi ad essa. Discutevano di filosofia, di letteratura, commentavano le sporadiche notizie di guerra: erano diventati buoni amici, e lo sarebbero restati anche una volta usciti da quell’inferno.

 

Passava il tempo: passavano i mesi.

Un giorno Giorgio salì in camera: erano le due, faceva caldo, era estate: salì piano le scale, sudato e trafelato -fiatone e goccioloni che cadevano dalla fronte e sul naso-, ed entrò nella camera ancor più calda e opprimente.

Una sedia, in un angolo. Il letto. Vestiti sul letto. Accappatoio sulla sedia. Un tappeto storto. Una finestra aperta. Panni per terra. Una bottiglia vuota e stesa sopra al comò. Perfettamente tutto collegato: una storia raccontata dagli oggetti…

La mattina stessa Giorgio si era alzato dal letto, aveva fatto la doccia ed era tornato in camera; aveva appoggiato per terra e sul letto i vestiti sporchi e aveva aperto la finestra per cambiare l’aria, dopodiché aveva preso la bottiglia di rosso della sera prima e l’aveva finita, adagiandola successivamente sopra al comò, stesa come un soldato morto; nell’uscire era inciampato sul tappeto e non l‘aveva più rimesso a posto: tutto perfetto, tutto chiaro: ricordi, una storia.

Ora, vuoi per il caldo, vuoi perché Giorgio era diventato pazzo sul serio a furia di stare in mezzo ai pazzi, quella stanza non era più la bellissima storia della doccia del mattino: era diventato altro; era diventata eterea, oltre la comprensione umana, oltre i sensi e il possibile: era diventata una stanza metafisica, filosofica, tutte cose che la mente umana può solo delirare e capire sporadicamente, a pezzi, come un puzzle.

Giorgio era inquieto: vedeva la sedia fluttuare, i panni come spettri e fantasmi del passato, l’accappatoio come la vela di un galeone spagnolo al largo dei Caraibi, la bottiglia era un enorme cannone inglese che abbatteva il galeone, la battaglia infuriava, la tempesta entrava dal vetro aperto della piccola finestra e il letto era un mare bianco, ed era neve, e la gravità non esisteva: Giorgio era una statua, e un manichino, era uno spettro pure lui, era un atomo, era Apollo ed era un guanto.

Stava in piedi, sull’uscio, e nella sua testa tutto era perfettamente chiaro e limpido -forme e colori-, e tutto era tutt’altro, era immaginazione e non senso, sogno e mondi onirici che si spalancavano sotto i suoi occhi e invadevano la sua anima. Il caldo opprimente delle due aveva creato una situazione tesa, inquietante: stava per accadere qualcosa, doveva accadere qualcosa, ma Giorgio non immaginava cosa potesse essere, né quando o come sarebbe stata: solo, aspettava, in piedi sulla porta, mentre il mondo onirico fatto di guerre marine fra Imperi rivali volgeva al culmine e la tempesta infuriava tra gli spettri. Tutto fluttuava, la fisica non esisteva più: il mondo era l’orbita caotica di un elettrone che girava nell’infinitamente piccolo, il mondo era una piazza, un orologio che lento scandiva l’ora; gli alberi che da fuori ballavano nel venticello sottile proiettavano ombre lunghe e sinistre sopra i vetri e dentro la stanza, ombre di uomini, di mostri, di presenze che non si palesavano e che facevano paura: Giorgio sapeva di non essere pazzo, solo sapeva che quello era il suo mondo, il suo modo di vederlo: una stanza non è mai così come appare, una stanza è anche tanto altro: basta smontarla e scollegare il sottile filo delle storie che la tiene insieme, e diventa una sedia che diventa altro e diventa tutto, perché non è più niente.

 

Alla fine Carlo raggiunse Giorgio in camera: si sedettero uno sul letto e uno sulla sedia, spostarono i panni e aprirono una nuova bottiglia: bevvero e parlarono di arte e di vita; crearono nella stanza un ennesimo mondo fatto di storia, di futuro ricordo, un mondo che Giorgio avrebbe distrutto quella sera, o il mattino dopo, e che avrebbe ricostruito: sarebbe stata la campagna egiziana di Napoleone o la luce che brilla nello spazio estremo, un uragano nel Kansas o i topi che corrono nella campagna. Sarebbe stata la peste, e l’amore, il boia, il re e tutto il popolo; il manichino nel retro di un teatro, un manifesto, un castello: sarebbe stata arte.

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