Olio su tela; Provocazione

“La verità è che sono unico”

Jorge Luis Borges, “L’Aleph”

 

 

 

New York, 1917.

Gli artisti sanno fare tutto, gli artisti possono tutto: solo loro, quelli nuovi, i nuovi déi, sanno cos’è l’arte; possono prenderla e distruggerla, anche, se vogliono, possono renderla migliore; ogni loro gesto è rendere l’arte migliore. E l’arte inchina la testa ma non per ringraziare: lo fa per venire decapitata. Definitivamente.

Marcel tutto questo non poteva accettarlo: anche lui prendeva l’arte e la distruggeva come voleva, anche lui era un artista, ma non la stropicciava tutta come quei giovani belli e vuoti, pieni di tante ambizioni e senza volontà; ambiziosi per i soldi e la fama e gloriosi il tempo di una cometa che brucia nel cielo e diventa cenere subito dopo.

Gli artisti sanno fare tutto: loro non sono artisti, ma falsi déi e parassiti, erbacce che Marcel voleva estirpare.

 

Anni prima la critica e i ben pensanti intellettualoni lo avevano aspramente denigrato per certe sue opere presunte: il sedicente Marcel era stato biasimato, distrutto, e molti, senza dirlo, probabilmente neppure lo ritenevano un artista vero -anche se non sapevano cosa fosse, un artista vero.

Lui rideva, rideva sempre, prendeva in giro tutto e tutti, provocava di continuo: era il suo modo divertito per fare arte e per ironizzare sulla vita. Per dire, un giorno comprò uno scolabottiglie per tenerci la birra, lo mise nel suo studio, lì in un angolo, e un bel mattino si stufò e ci mise sopra la sua firma: prima era uno scolabottiglie, poi fu un’opera d’arte. Marcel era l’artista, lui poteva farlo; gli altri no, gli altri non potevano capire: se gli altri dopo di lui l’avessero fatto avrebbero creato solo uno scolabottiglie scarabocchiato; Marcel fu il primo: lui l’artista, lui il genio, lui compì il gesto e l’opera; era uno scolabottiglie e fu capolavoro. Basta quadri: solo oggetti privati della loro anima e riconvertiti ad altre religioni: le religioni dell’arte. Quella era la nuova arte, quella doveva essere tutta l’arte.

 

Un giorno Marcel, che era famoso e bellissimo come una donna fatale, si ritrovò a dover giudicare opere per una mostra d’arte. Fu lì che conobbe gli artisti che odiava, quelli falsi che prendevano l’arte come un gioco o un modo per far soldi: fu qui che conobbe i suoi nemici, gli assassini.

Le opere non erano opere: ammassi di ferro, tele senza un senso, scatole e anime vuote: vantavano di poter fare e accettare ogni cosa e poi esponevano carabattole da vendere e farci soldi e basta. Marcel odiava tutto quello: si alzò e andò a pisciare, senza più curarsi di nulla.

Mentre era nel bagno, silenzioso e vuoto, gli balenò nella testa un’idea, limpida e perfetta come un’epifania: capì che doveva distruggere da dentro tutta quella falsità, capì che era solo dall’interno che poteva far esplodere la gran bolla di ipocrisia e mediocrità dell’arte: lui, che all’interno c’era già; lui, il provocatore, il primo ad aver pensato ad un tipo di arte diversa, il maestro che quei giovanotti senza spina dorsale avevano seguito come i cani seguono il padrone. Lui, il pifferaio magico; loro, i topi che invadano le cantine e i salotti e che fanno saltare le signore sulle sedie. In piedi, riflesso contro le mattonelle del bagno, sorrise: nulla superava il gusto di una vendetta dolce come lo zucchero.

 

Alla mostra arrivò l’opera di un tale Roger Mutt: un artista cane, un pervertito, un poco di buono, uno scandalo per il buon gusto e il perbenismo: i giovani artisti lo attaccarono con queste ed altre atrocità, loro che erano infallibili e perfetti, loro che potevano fare tutto, anche esporre i propri corpi nudi per compiacere l’arte -anche uccidere per l’arte-; loro, che fantasticavano di questo e di quell’altro, oltre i confini delle possibilità umane.

Poi, crollarono: erano castelli, sì, fortezze, ma di carta: un soffio e giù: Roger Mutt presentò un orinatoio rovesciato, lo chiamò “Fontana”, e fu arte. Marcel elogiò l’opera, l’originalità, l’arguzia di aver scelto quell’oggetto, di averlo rapito dal suo contesto naturale e di averlo posto al di fuori, in un’altra realtà: quella era l’arte che intendeva Marcel, l’arte che voleva, il coraggio di farla.

La giuria non poteva permettere però quello scempio: l’orinatoio fu accantonato, messo in un magazzino e non fu fatto partecipare alla mostra -c’erano anche dubbi su quale fosse l’altezza più congeniale per esporla e osservarla. In ogni modo, di Roger Mutt e “Fontana” non si seppe più niente, perché un inserviente lo trovò, pensò fosse un orinatoio rotto, lì nel magazzino, e lo gettò via: Marcel pensò che quello era il destino più bello e glorioso per la sua opera, per il suo Roger Mutt, che aveva adempito al compito per cui era stato progettato: scandalizzare e ferire i presuntuosi deliranti nuovi artisti, e gli arroganti in generale: l’arte è per i pochi che sanno farla.

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