Olio su tela; Voyeur

“Amico mio, le mie ore scivolano nel lutto, mi sento così solo, a volte così brutto”

Edmond Rostand, “Cyrano de Bergerac”

 

 

 

Montmartre, 1901.

C’è una storia bellissima che un giorno ascoltai da Henri: lui l’aveva raccontata al cugino, tempo prima, e poi la raccontò anche a me: era una storia che parlava di specchi.

Disse, Henri, che un giorno un tale inventò lo specchio: ora, questo tale poteva girare lo specchio come voleva, in effetti: verticale, orizzontale, obliquo, anche al rovescio, se fosse stato pazzo; però, fra tutte le possibilità, decise di metterlo bello dritto, in verticale, per vedersi in tutta la sua altezza e avere una visione d’insieme: una scelta pensata, dopotutto, giustificata da un bisogno, da una necessità: lo specchio in verticale era bello e giusto perché invenzione buona e utile -nient’altro che utile. Altra gente, poi, un giorno di molti anni dopo, si chiese la stessa cosa che all’epoca doveva essersi chiesto anche questo tizio, e cioè: “perché non mettere lo specchio in orizzontale?, che se lo mettiamo in verticale poi non ci sta la cassettiera, e in orizzontale non dà spazio ai quadri di tua madre, tesoro, che sono belli, eh, per carità, ma sai com’è…”. E niente: girarono lo specchio (la cosa che stupiva Henri, in questo passaggio, era il senso: a parte magari la comodità, c’era un vero significato nel voler girare lo specchio? La risposta era: sì. E la motivazione era: perché girarlo voleva dire novità). Henri bevve un sorso e concluse dicendo:

-Nella nostra epoca ci sono artisti che fanno qualcosa perché è nuova, e in questa novità vedono il proprio valore e la propria giustificazione. Ma si sbagliano. Il nuovo è raramente essenziale; quello che conta è sempre lo stesso: migliorare le cose partendo dalla loro essenza.

E bevve un altro sorso, poi si alzò e andò a trovare Jane, la sua cara vecchia Jane, l’unica donna che forse davvero un po’ lo amava, lui, quel Pierrot di Montmartre.

 

Sono qui, ora, al tavolino in cui Henri mi raccontò questa storia: al tavolino di Henri, quello che sempre gli tenevano da parte, solo per lui, come fosse un’estensione di casa sua, ovunque casa sua fosse. Non c’è Henri, però, seduto di fronte a me; non c’è nessuno: Henri è morto e con lui se ne è andato un pezzo di mondo, che ora è più leggero, certo, ma è anche più fragile.

 

Ricordo alcune cose davvero divertenti, momenti: una volta Henri decise di andare ad abitare in un bordello, lui che era un conte, un nobile: la sua famiglia non ha accettò mai troppo i suoi comportamenti, né mai comprese ciò che il povero Henri provava. Sta di fatto, comunque, che quando andò ad abitare nel bordello anche molti dei suoi amici lo guardarono male (insomma, se avevano bisogno di parlargli si faceva raggiungere là, in mezzo alle puttane, e non era certo piacevole), ma lui aveva sempre la risposta pronta: in questo era un genio.

A pensarci ora, considerando tutto, è triste: il povero Henri era malato sin dalla nascita, una cosa genetica, credo: i suoi genitori erano cugini, ed era una pratica ricorrente, nelle famiglie nobili, quella di sposarsi fra consanguinei; ma si sa, poi, come vanno a finire queste cose: i figli nascono storpi, o ciechi, o sordi, o peggio: Henri ne era un esempio, e i due incidenti che ebbe quando era ancora un bambino non aiutarono, facendolo ritrovare con due gambette sottili e gracili che non crebbero mai e un busto da adulto forte e formato. Lui ci rideva su, diceva sempre che se avesse avuto le gambe un po’ più lunghe non avrebbe fatto certo il lavoro che faceva, che gli sarebbe piaciuto magari fare il fantino, o il chirurgo: si prendeva in giro lui per primo per non essere deriso dagli altri, aveva un senso dell’umorismo e un’autoironia inusitate per la sua condizione. Certo, se non ne avesse riso sarebbe morto nella disperazione, nella tristezza; era malinconico, è vero, perché la sua vita era brutta, e lui era brutto: poteva solo riderne: era l’unica cosa giusta da fare.

Comunque, dicevo, andò ad abitare in un bordello: fece amicizia con le prostitute -con quelle donnacce, come le chiamava la gente-, divenne un amico caro per tutte. C’era una specie di accordo, fra di loro: lui le guardava e non disturbava, loro facevano come se lui non ci fosse; Henri era curioso, voleva capire: sapeva perfettamente che quelle donne erano prodotti di una società che le aveva distrutte (la stessa cosa, più o meno, che era capitata a lui, con tutta quella storia di parenti che si sposano e fanno figli); voleva dire alla gente che le puttane non sono brutte persone: insomma, magari erano mogli di uomini scappati con il patrimonio, o vedove di soldati e madri di figli che le odiavano, tutte risultato della società e dei complicati meccanismi del mondo (la stessa società, poi, che non dava loro nessun’altra possibilità se non quella di vendersi per amore). Le loro erano vite alla deriva, in balia della corrente: Henri lo sapeva perché su quella barca senza remi e capitano c’era anche lui, e anche lui stava naufragando con loro. Intanto che c’era, perciò, decise che doveva mostrare al mondo cos’erano davvero, farle capire alle persone, farsi capire, simmetricamente, anche lui: erano umani, dopotutto, come il Re d’Inghilterra o il grande Eroe nazionale; solo più sfortunati.

Durante il giorno lui stava lì, seduto in un angolo, e non le disturbava mai mentre facevano il mestiere -chiamiamolo così-, ed era quello l’unico momento in cui erano sole, più o meno, senza la sua presenza; quando invece erano insieme parlavano e ridevano, e a volte lui le dipingeva: Henri questo faceva: il pittore; e forse fu questo il motivo per cui capì che poteva fare qualcosa per quelle poverette, perché era già abbastanza conosciuto -e bistrattato, sì, per il suo stile e la sua arte, ma conosciuto. Se c’era qualcuno che poteva rendere giustizia a quelle derelitte come lui, era lui stesso, e così fece numerose tele, tutte bellissime, di queste donne nella loro intimità, quando non lavoravano, quando nessuno le vedeva: erano donne che si amavano l’un l’atra, donne che si volevano bene, che si facevano compagnia, che si baciavano e dimenticavano insieme le loro vite. Henri ripeteva sempre a quei pomposi ben pensanti che criticavano i suoi quadri pieni di “donnacce e puttane”:

-E Voi credete di parlare d’amore? Voi parlate solo di storie di letto… l‘amore è un’altra cosa.

E poi se ne andava arrabbiato.

 

L’amore: Henri sapeva cos’era ma non poteva dimostrarlo; non perché non amasse, questo no -lui amava davvero-, il motivo era che le donne non lo volevano, e lui sapeva perché; lo sapevano tutti.

C’è un bellissimo passaggio nel “Cyrano” di Rostand in cui Cyrano, ebbro d’amore, confida all’amico Le Bret che non potrà mai dichiararsi alla bellissima Rossana perché è brutto, e le lacrime di disperazione che vorrebbe piangere non potranno mai essere versate sul suo volto, perché il suo volto non ne sarebbe degno: il viso di Cyrano è così brutto che neppure il pianto può scorrervi sopra. Ecco, Henri era così: aveva degli occhi bellissimi, questo lo ricordo, ma la sua menomazione, e il suo vivere sregolato, l’avevano trasformato in una specie di scherzo della natura; scherzi che le donne serie rifiutano come sciocchezze. Lui ci rideva su, però, se ne fregava: aveva ragione, aveva sempre ragione. Mi ripeteva sempre:

-Noi siamo brutti, ma la vita è bella.

E poi beveva, e guardava le ballerine volteggiare e roteare come lampioni nella notte parigina, e tutto andava bene.

Povero Henri.

 

C’era una donna, una cantante, e lei e Henri erano davvero molto amici: lui l’aveva ritratta mille e mille volte, le faceva i manifesti, la rendeva ancor più bella di quel che era. Questa cantante portava sempre dei lunghi guanti neri, perché erano economici e perché facevano risaltare la sua figura; a pensarci è una cosa che non salta all’occhio, questa: uno la vede là, sul palco, e nell’insieme non capisce che in realtà sono proprio i guanti a rendere tutto così dolce. Henri lo notò: Henri osservava da tutta la vita la vita e la gente che gli scorrevano attorno senza guardarlo, perché era basso e brutto e non meritava nulla, e da tutta la vita lui ridisegnava, ritraeva, dipingeva ciò che vedeva. E fra le tante cose dipinse i guanti di Yvette, e le sue dita che allargava sempre mentre cantava.

Notava i dettagli, Henri.

Amava, Henri. Amava Jane, ne sono sicura.

Jane era la più bella, fra tutte, la più incredibile: se c’era un motivo per cui la gente veniva qua, al Moulin Rouge, era per vedere Jane: faceva innamorare gli uomini ballando, li amava ballando, li conduceva nel vortice della passione e, finito il ballo, li lasciava: sempre così, tutte le sere. Erano vite intere e storie d’amore che si consumavano in una danza.

Anche Henri l’amava, e lei amava lui, almeno credo: certo, erano sempre insieme, parlavano, lui la ritraeva; non si toccarono mai, non si dissero mai che si amavano, magari alla fine non si amavano neppure, chissà, ma erano davvero teneri.

 

E insomma, poi un giorno Henri si ammalò, e dissero che era pazzo, ma riuscì ad andarsene dall’ospedale disegnando. Fu una cosa favolosa, quella che fece: disegnò dei cavalli e dissero che era guarito. In realtà stava male, sapeva che sarebbe morto, lo sapeva da anni, cercava di non pensarci davvero, ma alla fine, quando rimase paralizzato nel castello di famiglia, davanti al mare, se ne rese conto: guardava l’acqua blu e il tramonto dicendo a sua madre:

-Sai, è così terribile morire…

Poi si spense: come una candela; come le luci del Moulin Rouge quando arriva l’alba, e tutti vanno via.

Henri aveva capito sin da tempo che la vita e la morte lo avevano fregato dalla nascita, che avrebbe perso ogni battaglia e sbattuto contro ogni ostacolo che il suo esistere gli avrebbe gettato contro, così lui fece due cose grandiose: la prima fu dipingere, perché così esorcizzò e dimenticò la paura, e raccontò la sua vita agli altri rendendola di tutti, diventando immortale raccontando storie e persone; la seconda fu suicidarsi, perché questo fece: consumava alcool e droghe in un giorno come dieci persone in un anno, lentamente distruggeva il suo fisico con i piaceri effimeri del bohemien; fregò la vita e fregò la morte, e se ne andò triste e solo ma dopo aver vissuto trentasei anni di gioia.

Gioia apparente? Può darsi, ma senza dubbio la sua irriverenza, la sua gaiezza, le sue battute, la sua arte, l’hanno salvato davvero. Alla fine è morto, sì, ma ha vinto lui.

 

Dipinse anche me, diverse volte, e ora che sono vecchia e ballo alle fiere, ora che sono grassa e dimenticata, guarderò, con ancora le lacrime agli occhi, i manifesti che Henri faceva per me, e sempre lo ricorderò piangendo, perché io non sono Cyrano, e se voglio piangere e finire i bicchieri dei clienti sul tavolo lo faccio.

 

Mi mancherai, Henri.

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