Olio su tela; Eternità

“Temporale: perturbazione atmosferica, violenta e passeggera, con scariche elettriche.”

Enciclopedia Treccani

 

“Sono studi faticosi, e anche difficili, non si può negarlo, ma è importante capire. Descrivere. L’ultima voce che ho scritto è stata Tramonti. Sapete, è geniale questa cosa che i giorni finiscono. È un sistema geniale. I giorni e poi le notti. E di nuovo i giorni. Sembra scontato, ma c’è del genio. E là dove la natura decide di collocare i propri limiti, esplode lo spettacolo. I tramonti. Li ho studiati per settimane. Non è facile capire un tramonto. Ha i suoi tempi, le sue misure, i suoi colori. E poiché non c’è un tramonto, dico uno, che sia identico a un altro, allora lo scienziato deve saper discernere i particolari e isolare l’essenza fino a poter dire questo è un tramonto, il tramonto.”

Alessandro Baricco, “Oceano mare”

 

 

 

Aix-en-Provence, 1906.

Un giorno i pittori decisero che non si doveva più dipingere in studio: forse non sopportavano più l’odore di chiuso e l’umidità, la puzza di sudore e di sporco, o forse proprio decisero che basta, non si doveva più dipingere in studio.

A Paul non importava poi molto, o meglio: lui voleva solo dipingere la natura, e la natura la si poteva ritrarre solo se la si andava a trovare. Non era poi così difficile da capire, pensava.

Si muniva sempre di cavalletto e tavolozza e raggiungeva ogni giorno un luogo preciso: per mesi, per esempio, si sedette ai piedi di una grossa montagna e la dipinse mille volte come può fare un pazzo innamorato di una donna; un’altra volta, invece, si sedette nella sua casa di campagna e dopo aver posto una decina di mele vicino alla porta aperta le disegnò nella luce del sole, e così per giorni: lui con la natura ci andava a nozze, davvero, si accontentava di quello per essere felice; essenzialmente gli bastava solo poter starci a contatto, indagarla, studiarla, conoscerla bene, poterla raccontare ai bambini, a chi non credeva: assolutizzarla, trovarne i segreti.

Un po’ come farebbe un uomo che cerca Dio.

Un po’.

Perché Paul era più uno scienziato, in effetti; ma c’era, nella sua scienza, un che di spirituale: forse per questo quel giorno, anche se era ottobre inoltrato, decise di uscire nell’aria frizzante della campagna francese, posizionare il suo cavalletto, prendere la sua tavolozza e cominciare a dipingere. Almeno finché non spiovve: fu un vero diluvio, in realtà, con vento, lampi e tutto il resto; un bel lavoro, senza dubbio.

Paul prese su la sua roba, la mise sotto la giacca e cominciò a correre verso casa. Ora, vuoi per la pioggia, vuoi per la vecchiaia, l’uomo mise male un piede o scivolò e cadde in un fosso -bello profondo, il fosso-, e rimase lì per ore e ore, forse addormentandosi: poteva anche essere morto, veramente.

 

Il mattino successivo il sole splendeva alto: un sole tiepido, lontano, ma comunque bello alto e caldo; era, questa, una cosa che da sempre aveva affascinato Paul, come anche le montagne o le mele: cose per cui vale la pena vivere, per cui vale la pena perderci la vita. Il sole, le montagne, le mele e le carte: roba da diventare matti. Un giorno, per dire -e questo era molto prima di finire in un fosso-, Paul prese il suo giardiniere e lo mise seduto ad un tavolo, gli diede in mano delle carte da gioco e gli disse:

-Ora stai fermo che devo imprimerti nel tempo e nello spazio.

-Nella tela, vorrai dire.

-Anche nella tela. Ma più che altro nel tempo e nello spazio.

-Non ho capito.

-Sei un giardiniere, ci mancherebbe altro. Il pittore sono io, lascia fare.

-Sarà…

E lo dipinse, e lo impresse nel tempo e nello spazio.

Quando il giardiniere si alzò gli disse:

-Adesso spiegami.

Paul lo guardò a lungo: sorrise anche, forse, sotto tutta quella barba.

-Beh, vedi, io non volevo dipingerti mentre giocavi a carte, nel senso che non mi interessava. Non sei un giocatore molto più abile di me o di chiunque altro. Io non volevo te, volevo il giocatore. Volevo dipingere un giocatore che fosse giocatore in ogni anno di ogni epoca, che quando lo vedi non dici: “chissà se vince” o: “chissà se ha famiglia”; ma vuoi dire, ed urlarlo: “ehi, quello è il giocatore di carte!”. In assoluto. Quello è il giocatore di carte in assoluto che li incarna tutti e nessuno, che è parte e tutto, l’essenzialità della cosa. Capisci?

Il giardiniere era un giardiniere e non capiva, ci mancherebbe altro.

-No- disse infatti.

-Ah.

-E ci sei riuscito, a fare questa cosa?

Paul guadò la tela. Guardò il giardiniere.

-No.

-Ah.

Pausa.

-Beh, prendi per esempio le mele.

-Le mele?- fece sorpreso il giardiniere.

-Ne ho dipinte un sacco. Beh, io non è che mi diverta, cioè sì, ma lo facevo per un motivo. Un motivo scientifico, direi. Volevo, in pratica, cercare la mela assoluta, la mela che è tutte le mele, ridurla nelle forme geometriche, perché la natura è questo: è forma, è coni, cubi, parallelepipedi, la natura è scientifica. La mela è scientifica. Esiste una mela che è tutte le mele, e io o la stavo cercando.

-E l’hai trovata?

-No. Per questo ora dipingo giocatori di carte, e da domani dipingerò montagne.

-Capisco.

In realtà non capiva niente, il giardiniere, però Paul era così schivo con tutti che almeno lo confortava alla sua maniera: così schivo che, in effetti, in campagna a dipingere altre mele e nuove montagne ci andò solo col giardiniere, appunto, che si sa: in campagna è tutta erba e qualcuno deve pur tagliarla. Mentre si trasferivano fuori città, quindi, il giardiniere pensava che la solitudine del suo amico fosse una cosa strana: un uomo che si nascondeva in sé stesso, rifiutando il mondo.

Paul era solito deprimersi dopo ogni quadro perché non ne era mai soddisfatto: una cosa buffa, sotto certi aspetti, segno di un animo folle e indomabile che punta ad un ideale di perfezione che non vuole abbandonare. C’è chi lo chiamerebbe genio, chi invece lo chiamerebbe pazzo: il giardiniere lo chiamava Paul, perché in effetti non aveva mai capito bene neanche questa cosa, un po’ come la storia delle mele.

La famiglia, per esempio: non voleva vederli, salvo eccezioni; si rifiutava proprio. Era solitario, aveva pochi amici; due, in realtà: Auguste e Claude. Claude era sempre in giro a dipingere chiese e fieno, Auguste era troppo felice della vita per accompagnarsi ad uno che la stava bruciando cercando un essenziale alle cose che forse neppure esisteva.

Il giardiniere si rese conto di criticare e pensar cose che non dovevano neppure concernergli: Auguste e Claude erano brave persone. Anche Paul lo era, una gran bella persona: di quelle che nonostante tutto tornano sempre a casa dalla gente che amano, anche se sono pochi.

Fu proprio il giardiniere -uno dei pochi e unico abitante della casa e sostenitore della tesi che Paul tornava sempre-, a rendersi conto che qualcosa non andava quando, quel mattino, trovò il letto ancora fatto: il suo amico non era tornato a casa per la notte, questo era palese, e questo lo faceva preoccupare parecchio; oltre a confutare, forse, la sua idea: era anziano, Paul, metti mai che il temprale gli avesse giocato qualche brutto scherzo… A volte capita.

Il giardiniere uscì di casa tutto trafelato, corse per campi e radure, su e giù per i fossi: all’ennesimo sali e scendi lo vide: Paul, steso, come morto, abbattuto mentre volava nel cielo, inerme.

Lo prese e lo portò a casa come farebbe un cane con il suo cucciolo perduto e ritrovato.

 

Passarono i giorni: Paul prese la polmonite: all’epoca non si curava, all’epoca ci si moriva. Paul non fu da meno: il giardiniere se ne accorse in tempo e gli chiese:

-Alla fine sei riuscito a trovare l’essenza delle cose?

Paul lo guardò: era vecchio e sorrise.

-La vita è continua sperimentazione e ricerca, inseguimento dei propri ideali. Anche se per essi si deve morire è giusto così.

-Quindi alla fine l’hai trovata?

-No.

 

Se ne andò in silenzio, tornò alla natura, e divenne forse un fiore, o concime per un campo, o un albero o un cane, o una supernova lontana o un atomo invisibile; oppure divenne un cono, o un cubo o una linea; oppure fu una montagna, o una mela, la mela assoluta che non aveva mai trovato, per sempre impressa nel tempo e nello spazio, un’eco infinita che non si esaurisce mai.

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