Olio su tela; Introduzione: Tutto partì dalle nuvole, ovvero: perché decisi di scrivere racconti sui pittori

“Per me è sempre un uomo solo in una stanza che crea Arte o fallisce nel crearla. Tutto il resto sono cazzate”

Charles Bukowski, “Il sole bacia i belli”

Ero in quarta superiore.

Durante una lezione di storia dell’arte – proprio in quel periodo cominciavo ad appassionarmi – la professoressa spiegò John Constable. Quello delle nuvole. Era inglese, lui, e passò metà della sua vita con il naso all’insù a dipingerle: era un romantico, un precursore degli Impressionisti, se vogliamo, e voleva studiare la luce e le nuvole, come la luce interagiva con esse e cosa veniva fuori ogni volta. Molto rivoluzionari, i suoi paesaggi della campagna, molto progressisti, ma le nuvole: quelle erano poesia.

Mi colpì, un pugno nello stomaco: pensai che Constable era abbastanza pazzo e innamorato per fare da personaggio in un racconto. Rimasi indeciso un paio di giorni, poi lo buttai giù e tac, eccolo lì, perfetto.

 

Per tutta l’estate la cosa non ebbe altri frutti. Un buon racconto, certo, ma niente di più. Ne scrissi altri, in quei mesi, e di quello mi scordai quasi. Tornato a scuola, in quinta, e il programma riprendeva con l’Impressionismo e Manet. Mi venne idea di proseguire, fare altri racconti sui pittori, una breve storia dell’arte tutta così, un po’ buffa e un po’ romantica. Il secondo fu quello su Monet e la sua follia di dipingere la facciata di una cattedrale coi suoi giochi di luce: non tanto lungo, non tanto entusiasmante. La cosa si arenò un’altra volta, quindi, l’idea della “raccolta” si spense ancora. Fu Cezanne, alla fine, e il suo racconto, forse il migliore dei tre (quello di Constable era diventato ormai troppo lontano dalla piega che prendevano gli eventi per essere considerato), che mi diede la spinta necessaria: feci gli altri, man mano che li studiavo, sui pittori che più mi colpivano, per la vita o per certe idee, e tutto fluì come una pennellata di olio su una tela.

O una nuvola che vola in cielo.

 

 

L’uomo innamorato delle nuvole

 

 

“Ho le braccia a pezzi a forza di abbracciare le nuvole”

Charles Baudelaire, “I fiori del male”

 

 

 

Hampstead, 1821.

L’Inghilterra è sempre stata una strana terra. Fate, magia, misteri. Sassoni, celti, romani. Rivoluzioni, guerre, il mare. Il mare. Tutto attorno. A non far passare nessuno. Come se quella terra là fosse sacra, intoccabile. E poi il cielo. Il cielo dell’Inghilterra non si trova da nessun’altra parte. E sì, già qualcuno potrebbe alzare la manina e saltare su dicendo che il cielo è cielo dovunque vai, tutto azzurro, là in alto, magari qualche uccello se ti va bene, ma poi non è tutto questo divertimento e insomma, non ci si fa neppure molto caso.

Ma il cielo dell’Inghilterra è diverso. Cambia, si muove, si rigira su sé stesso come se stesse dormendo. Ti prende, ti culla, ti porta con lui, oltre i verdi campi della Cornovaglia, oltre il Tamigi e le bianche scogliere di Dover, su fin le Highlands e oltre il mare. Il cielo dell’Inghilterra. Non lo trovi da nessun’altra parte. Potresti passare tutta la vita a viaggiare e mai troveresti un cielo del genere. A volte si cercano un sacco di cose e non si trovano. A volte sì.  Ci aveva provato il vecchio Tom, giù al mulino, una volta, a cercare quello che voleva. Ci era riuscito: la sua bella campagna inglese. E poi c’era John che passò tutta la vita a cercare. Tutto era iniziato per colpa di un bicchiere di vino.

Era la fine del 1821, Napoleone era già morto e Vanvitelli stava per farlo. Nelle campagne inglesi si respirava odore di carbone e la gente proliferava. Funghi dopo la pioggia. Il vecchio Tom, già al mulino, era un anno più vecchio. Le sue braccia avevano una forza mostruosa e fra tutti, nella famiglia, era quello che lavorava di più nonostante l’età. Era un anno più vecchio ma un anno più forte. E chissà quanto sarebbe vissuto ancora. Forse per sempre.

Quella mattina l’aria era fresca. Suo figlio e i due figli di suo figlio uscirono presto e cominciarono a fare l’unica cosa che quel mondo e quel tempo gli avevano insegnato: lavorare nei campi. Il figlio era un uomo già bello che maturo e ormai l’età si faceva sentire. I due figli erano ragazzi giovani e svegli e se ne sarebbero andati, prima o poi. Sarebbero morti entrambi da qualche parte in Francia, senza sapere mai il perché.

La figlia di Tom, invece, era una donna bellissima. Aveva preso tutto dalla madre, che se l’era portata via la tubercolosi, quando lei era piccola. Tom non si risposò e neppure lei si sposò mai. Erano due persone che si volevano bene così, e credevano di non aver bisogno di nessun altro. Aveva quarant’anni, la figlia del vecchio Tom. E credeva che la vita fosse solo un’immensa fregatura.

 

Mentre erano insomma tutti indaffarati nei loro lavori quotidiani arrivò un uomo. Scese giù dall’orizzonte con il passo veloce di chi viene dalla città, ma con lo sguardo acceso di chi nella città non ci era mai stato.

-Un sognatore- disse il nipote di Tom -Un uomo con quel passo e quello sguardo è senza dubbio un sognatore.

-Un pazzo- disse il figlio di Tom -Un uomo con quel passo e quello sguardo è senza dubbio un pazzo.

E mentre l’uomo scendeva le verdi collinette della campagna di Hampstead tutta la famiglia era ferma immobile in mezzo al campo, chi con un attrezzo in mano, chi con un secchio. Immobili ad osservare. Osservare quel tipo bislacco, e chiedersi chi fosse.

Quando fu davanti al vecchio mulino si fermò. Lo guardò, si guardò intorno, lesse l’espressione incuriosita e stordita di Tom e della sua famiglia e poi, come se nulla fosse, come se fosse il gesto più naturale del mondo, prese dalla tasca della sua giacca un taccuino, o qualcosa del genere. Scrisse qualcosa e lo rimise via. Poi se ne andò.

-Viene dalla città?- urlò Tom mentre l’uomo era già oltre i campi e già stava scavalcando l’orizzonte.

Si bloccò. Come se quella frase avesse attirato la sua attenzione più del previsto. Più del necessario. Si voltò.

Tornò indietro. Con passo veloce e sguardo acceso. E quando fu davanti al mulino, lì dove si era fermato a prendere quell’appunto, si fermò. E da come lo fece sembrava che dovesse fermarsi per sempre.

-Sì- disse poi. Ma lo disse come se fosse la cosa più strana del mondo, lo disse con sorpresa e ammirazione, forse anche paura. Come un che in città non voleva tornarci mai più, o come chi credeva di non avere niente della città addosso. Così bisogna immaginarlo.

-E come mai sei qui nelle nostre campagne?- continuò Tom.

-Sto cercando una cosa- disse l’uomo. Tom sorrise. Non aveva capito nulla, questo bisogna dirlo. Ma quell’uomo gli piaceva. Gli ricordava lui da giovane.

-Mi ricordi me da giovane. Anch’io andavo in cerca di qualcosa.

-L’avete trovato?

-Sì. Alla fine sì.

-Cosa cercava?- disse. Poi come se avesse sbagliato domanda -Se posso chiedere…

-Certo che puoi chiedermelo. Ma io non ti risponderò.

L’uomo sorrise. Poco convinto tra l’altro. Poi disse che aveva fretta, ed era meglio se continuava il suo andare.

Tom lo fermò, anche se l’uomo non si era neppure mosso. Del resto si era fermato come se fosse per sempre. Il vecchio disse che per perdonargli questa piccola screzia gli avrebbe offerto un bicchiere di vino. Che il viaggio dalla città era stato lungo, e camminare asseta. L’uomo acconsentì.

Entrarono in casa. Tutti quanti. Non capitava quasi mai di avere un ospite, ora che l’avevano bisognava guardarlo come se fosse un fiore nato dal letame. Silenzio. Paragone campagnolo.

Mentre l’uomo beveva Tom era seduto vicino a lui. Disse se poteva sapere cosa andava cercando nelle campagne inglesi.

-Beh, voi non mi avete detto cosa cercavate… io credo di poter fare lo stesso.

-Oh, ma io ti ho offerto questo bicchiere di vino per farmi perdonare.

-Pensavo l’aveste fatto perché vi ricordavo voi da giovane.

E quest’ultima frase la disse sorridendo, come se avesse appena vinto una qualche battaglia, o preso una qualche rivincita. Tom stette zitto: sconfitta accettata.

Sua figlia, nascosta in un angolo della casa, prese coraggio e disse:

-Cosa avete scritto su quel taccuino quando vi siete fermato qui davanti poco fa?

L’uomo si voltò, la guardò. Era bellissima. Poi bevve, e disse:

-Scritto… non è corretto, in realtà.

Si alzò, con una leggerezza infinita, e porse il taccuino alla donna. Lei lo prese, lo sfogliò e come una cascata i suoi occhi furono colpiti da mille disegni che vorticavano nell’aria fin sopra ed oltre il cielo.

-Sono solo gli schizzi. Appunti, in effetti.

-Ah, è un pittore…- disse la nipote di Tom.

-Sia pazzo che sognatore quindi…- fece suo fratello.

L’uomo riprese il taccuino, poi lo rimise in tasca. Si avviò verso la porta, poi si voltò e disse:

-Facciamo così. Io non vi chiederò più cosa cercavate, ma voi mi offrirete un letto. Perché vedete, forse ho trovato quello che cercavo io.

-E l’hai trovato qui in casa?- chiese Tom.

-No, ma basta un attimo sporgersi dalla finestra e lo si vede.

Nei giorni seguenti quello strano uomo fece arrivare dalla città un mucchio di tele, di fogli, di colori e altre stramberie da pittore. Dormiva nella stanza all’ultimo piano del mulino, si alzava presto e partiva per i campi carico come un mulo di tutti i suoi arnesi. Tornava alla sera, quando il sole moriva lentamente ad Ovest e l’aria diventa frizzante. Andava a dormire e la mattina dopo ricominciava. Mangiava poco, parlava per niente. Poteva anche durare all’infinito.

Passò un mese, alla fine. In quei trenta giorni né Tom né nessun altro della famiglia aveva capito cosa diamine stesse cercando quel tale, né dove andasse a trovarlo ogni giorno. Si affacciavano alla finestra, ogni qual volta le passavano accanto. Guardavano fuori. E niente: solo la campagna di tutti i giorni, ogni giorno più uguale. Di tutta quella storia l’unica cosa che avevano capito era che quell’uomo era matto. Matto davvero.

Una mattina dopo cinquanta giorni la figlia di Tom uscì di casa. Era presto, quasi l’alba. Vide lo strano uomo che si avviava per un sentiero che veniva ingoiato dalla campagna, oltre il verde e il giallo dei campi. Decise di seguirlo, come un marinaio segue la sua stella o un comandante segue la scia dell’esercito nemico. Stelle o nemico, qualunque cosa significasse quell’uomo per lei, lo seguì. Senza pensarci. Perché era certa che là si trovasse la sua felicità.

Alla fine lui si fermò, e lei con lui. Vide che posò a terra un secchio su cui si sedette. Poi mise tutto attorno a sé le tele i fogli i colori e tutto il resto. Rimase immobile nel venticello fresco di fine anno. Sembrava una banderuola, l’anima morta di una bandiera che non è più bandiera, ma solo cadavere e fossile di un’idea. La donna lo guardava, cercando di capire cosa facesse. Ma nulla, non comprendeva.

L’uomo non faceva altro che guardare in alto, per poi disegnare qualcosa sui fogli a terra, per poi guardare ancora in alto, e poi ancora in basso. Sempre così. All’infinito, nella sua imperfetta bellezza. La donna prese coraggio e si avvicinò.

-In tutto questo tempo non mi avete ancora detto il vostro nome…

L’uomo rimase zitto. Per quanto la donna fosse impaurita, l’uomo invece appariva tranquillo e rilassato. Mentre continuava a fare ciò che faceva da chissà quanto, forse anche tutta la vita, rispose:

-Mi chiamo John.

Lo disse come se non l’avesse detto, e rimase sospeso nell’aria, prima di sparire per sempre. Quell’uomo era leggero dentro.

La donna rimase zitta, poi si sedette lì vicino, buona buonina. Fino a sera.

John si alzò quando il sole stava già calando. Per tutto il tempo aveva guardato in alto e disegnato in basso. La donna capì che per quei cinquanta giorni non aveva fatto altro che questo. Guardare e disegnare sui fogli. Perché senz’altro disegnava. Era un pittore, e i pittori questo fanno: sognano pazzie e poi le buttano sulla tela.

L’indomani la donna fece esattamente la stessa cosa del giorno precedente. E rispetto al giorno prima aveva forse trovato più coraggio. Infatti intrattenne una discussione sostanzialmente lunga con John, o così le sembrò. Dopo tre mesi dall’arrivo di John i due erano buoni amici. Intimi, a voler osare. Perfetti, nella loro incompatibilità. La donna non lo disse mai neppure a sé stessa, ma forse si era innamorata di un uomo di cui non sapeva nulla, e per colpa di un gesto –un movimento della testa- e un mistero, una ricerca di qualcosa che sapeva avere sotto gli occhi ma che era incapace di vedere. E nonostante tutto si sentì felice. Non aveva nulla, e anzi era confusa. Ma si sentì felice. Per la prima volta nella sua vita.

Forse alla fine non era tutta una fregatura.

 

Successe poi che John un giorno se ne andò. Così come era arrivato partì. Lo disse alla sera, quando tutti erano a tavola e lui rientrava dall’ennesimo monotono giorno della sua vita in quelle terre.

-Domattina parto. Me ne vado. Per sempre. Siete stati gentilissimi con me, e vi ricorderò fino alla fine dei miei giorni. Non mi sentirete andare via, domani. Partirò che voi ancora dormirete.

Poi salì nella sua stanza. Nessuno disse nulla. Solo si guardarono. La figlia di Tom, senza farlo davvero, pianse.

Il mattino seguente John se ne andò. Appena fu fuori dalla pota vide la figlia di Tom in piedi, ad attenderlo. Disse che era da notte inoltrata che aspettava fuori e aspettava l’alba. Per salutarlo. John disse che era una cosa bellissima, ma poi chiese perché l’avesse fatto, rischiando una polmonite. La donna lo disse. Piano come per non svegliare nessuno:

-Non posso sopportare l’idea che ve ne andiate senza sapere cosa cercavate e cosa avete trovato. Vedete, in realtà io credo di essere innamorata di voi, se di un uomo ci si può innamorare in questa maniera. Tuttavia penso che questo sentimento derivi solo dal fatto che voi vi vestite di misteri e frasi sibilline e che la curiosità uccide gli uomini. Penso che una volta che saprò cosa diamine disegnavate su quei fogli e cosa diamine guardavate in alto io sarò contenta, e forse capirò che non sono in realtà mai stata innamorata di voi.

Lo disse piangendo. Forse per il freddo o forse per altro. Sull’ultima frase rise anche. John la guardò, come aveva guardato tutto da quando era arrivato lì. Poi disse:

-Voi non amate me ma quello che faccio. In me trovate qualcosa di strano e ignoto che nella vostra vita non è mai accaduto e credete sia bello. E puro. Ma vivere qui non può farvi comprendere: in realtà io sono solo un pittore, che tra l’altro non riesce a vendere quasi nulla. Ma se può farvi contenta ve lo dirò. Quello che cercavo intendo. Quello che ho trovato, alla fine.

Ci fu un attimo di attesa. Parve infinita, forse lo fu.

-Io cercavo il cielo- disse John. Lo disse con un’ingenuità che poteva essere quella di un bambino, con la semplicità di un bacio, e la sorpresa di un temporale estivo. La donna si fermò, e dentro di lei cadde il mondo rovinosamente. Poi lo raccolse, cercò fra i cocci quelli ancora buoni e disse:

-Il cielo?

-Il cielo, sì. E so cosa state per dire: che il cielo è ovunque, basta alzare un po’ gli occhi ed eccolo lì, bello azzurro. Ma quello lo vedono tutti. Io cercavo un altro cielo, insomma. Ho girato parecchio, e qui ad Hampstead l’ho trovato: il cielo che mi serviva. In tutti questi mesi non ho fatto altro che farne schizzi, ora troverò un angolino tranquillo e vedrò di ultimare il lavoro.

Ancora silenzio. Siccome la donna non aveva più forze per parlare, lo fece John:

-Ora è meglio che parta, sono già in ritardo.

Fece per andarsene, con la figlia di Tom immobile, persa in chissà quali pensieri. La superò, se la mise alle spalle e prese la via dell’orizzonte. La donna lo fermò:

-E perché proprio questo cielo sopra Hampstead è quello giusto? O non quello di Londra, o di Parigi?

John si fermò, e senza neppure voltarsi rispose:

-Beh, non lo so. Diciamo che questo cielo ha qualcosa di speciale. Come se mi trovassi sopra una nuvola.

Poi se ne andò. E non tornò mai più.

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